La tristezza di quegli anni

“Anche oggi il mio cuore è morto più volte, ma ogni volta ha ripreso a vivere. Io dico addio di minuto in minuto e mi libero da ogni esteriorità. Recido le funi che mi tengono ancora legata, imbarco tutto quel che mi serve per intraprendere il viaggio. Ora sono seduta sulla sponda di un canale silenzioso, le gambe penzolanti dal muro di pietra, e mi chiedo se il mio cuore non diventerà così sfinito e consunto da non poter più volare liberamente come un uccello”.

 Etty Hillesum

§

La tristezza di quegli anni

Non era dovuta all’insperato

Al rigurgito dell’insolubile

O dell’irrisolto

La tristezza di quegli anni

aleggiava remota

come un solo piumato uccello

 in un cielo di rovi

Un cumulonembo aggrottato

O forse una fiera sperduta nel bosco

nell’arrancare movenze disegnandosi

al lume della fioca ora

Poi diventando mare si percorse e si ritrasse

colma di unica boria per se stessa creata

E vincendo le ire del vento si posò

colta da un susseguirsi d’impazienza

 Stella impazzita che ricrea il buio attorno

per non scivolare

La tristezza di quegli anni

avvelenava l’acqua in divenire

complice importuna dell’amore

con il suo rombo di sconquasso a infrangersi

che quasi tremava la terra

Bevevo ancora quel tuono

Nel rigore minuzioso delle gocce

Federica Galetto

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