Un’estate

Lea Stansal - http://www.leastansal.com/
Lea Stansal – http://www.leastansal.com/

Trascorsi l’estate in giardino, in compagnia di una sdraio, un geranio rosa e un’ortensia bianca inglese. Il cielo a volte si spostava di lato e non mi faceva vedere le nubi. Chissà, pensavo, quanto rumore per nulla e quanto nulla di quel rumore dovevo ancora sopportare per sentirmi davvero a casa. Sbocciarono le rose nel giardino di fronte. Le mie si dileguarono all’ombra di me. In uno spazio in cui le porte erano più d’una, aperte all’aria intorno, appariva nel riverbero del sole che non ve ne fosse nessuna. Strana sensazione guardare le linee  dei gambi esili e spinosi delle roselline nel mastello,  rose piccole color rosa acceso, di quelle ricadenti e cespugliose che confondono. I passeri non se ne curavano ma gli insetti circospetti volavano e volavano senza posarsi mai, attorno al grumo di fogliame e petali minuscoli. Insignificanti rose senza profumo; e così era la mia vita: un cerchio inconsistente fatto di fumo con dentro un colore. A tratti ascoltavo le lagnanze di una voce proveniente dal divano del salotto su cui sedeva un fantasma vestito di azzurro. Era così trasparente eppure presente a riempire lo spazio rettangolare. Lamentava perdite e reclamava possesso. Dalla sdraio udivo bene la voce flebile intonare il lamento di cui non sempre comprendevo il contenuto, ma il tono (ah il tono!), era perentorio quanto l’ordine di un ufficiale alla sua truppa. Era un reclamare ciò che era stato suo e ancora lo era, seppur nella dimensione che ora abitava. Padrona del pulviscolo la sua voce restava impigliata negli spazi angusti e fra i soprammobili, fra i tendaggi e i soffitti. La sera rientrando passavo una mano a tagliare l’aria della stanza e la sentivo sfuggirmi, divincolarsi per poi apparire nella forma umana che sembrava una donna, bionda e appoggiata al tavolo da fumo. Al battito delle mie mani si dileguava per tornare il mattino seguente, dopo aver trascorso la notte a ricamare seduta sul caminetto. Lo sapevo perchè di tanto in tanto mi svegliavo per la sete e scendendo le scale, diretta in cucina, la intravedevo dalla porta semiaperta. Quando l’estate finì scomparve. Un pomeriggio di ottobre la vidi scivolare fuori nella nebbiolina del crepuscolo con una rosa sotto il braccio e un ago piantato sul risvolto della camicia di organza celeste. Un lamento e calò la sera. Sul cuscino del divano rimase un canovaccio sbiadito, ricamato con rose di macchia  e il mio nome.

Federica Galetto

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