Il pasto di carta

Elspeth Scranton attraversò la stanza con la leggerezza muliebre dell’ectoplasma. Aveva la testa avvolta in un copricapo color porpora  grande tanto quanto una tinozza di zinco da cortile. Ma su di esso emergevano come per magia foglie e fiori di tulle impalpabile dai quali pendeva con grazia una veletta che scendeva fin sulle spalle e che lei rimandava all’indietro lasciandola cadere, come una lunga sciarpa,sulla schiena.

Sandy la osservava senza fiatare mentre nervosamente rollava una sigaretta con il tabacco che usava fumare nelle circostanze confuse.

-“Penso di non farcela a parlare ancora. Torno a casa, le ore sono passate e non c’è stato alcun progresso fra noi.  Sta diventando buio -(ma era dentro se stessa che non c’era più luce, pensava) – e temo la strada fino a Dembersly. I tuoi cani ululano da dieci minuti senza sosta e questo mi rende inquieta e più a disagio di quanto già non sia. Prenderò le mie cose domattina. Manderò Annie a ritirarle”. –

Detto questo spostò con un gesto secco la coda del suo vestito verde cupo staccandolo con un fruscio dalla tappezzeria damascata. La bocca ebbe un cedere verso il basso, come una virgola accennata di fretta e posata per circostanza,  non per necessità. La casa era silenziosa, scossa unicamente dai latrati dei cani che incessanti si lamentavano nell’imbrunire.

-“Non c’è niente che si possa ancora dire o fare, suppongo. La tua non è una scelta del momento né un momento di scelta…” – esclamò Sandy impassibile posando la mano sinistra sul legno del tavolo da fumo e guardandola fermamente negli occhi. Detestava osservarla tremare di sdegno e paura, non tollerava di pensare a lei con qualsivoglia sfumatura d’emozione o attitudine all’azione. La guardava senza vederla e la batteva senza toccarla. La sua vita strizzata lo nauseava  ma il petto generoso aveva su di lui ancora un effetto ipnotico fastidioso che tentava di scacciare, volgendo altrove lo sguardo. Eppure non era mai stata bella e mai aveva suscitato in lui veri impulsi di sana carnalità. Ma mentiva nel pensare ciò, sapendo di mentire.

-“No, niente. Hai come sempre distrutto ogni buon proposito e volontà disinteressata. Resta pure qui a fumare, non disturbarti ad accompagnarmi. Conosco la strada” – disse con un filo di voce ed uscì. I  suoi passi furono inghiottiti  giù per lo scalone di marmo. Il portone si aprì cigolando e sbattè nel richiudersi. I cani poco dopo smisero di guaire. Scese un silenzio ammorbante.

Sandy gettò il mozzicone nella brace del caminetto, si ravviò i capelli e tossì forte. Da sopra la sua testa si udì d’improvviso il frastuono di uno stormo di uccelli prendere il volo. Il tetto parve allora deserto. Fra le mani strinse poi un minuto pezzetto di carta con sopra scritto il nome: Elspeth. E lo ingoiò dopo averlo masticato per bene, almeno cento volte. Non più un solo cane lamentoso, nè alcun uccello o forma materiale di lei esistevano più nell’aria circostante. Sdraiatosi nella penombra rise soddisfatto. Elspeth Scranton si era dunque dissolta masticata da cani, uccelli e denti umani. I pensieri, quelli, avrebbero fatto il resto.

Federica Galetto

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