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Avevo riletto “Una pensione tedesca”

Mi svegliai che pioveva. Le grosse gocce d’acqua piovana bucavano la nebbia che saliva dalla valle. Nella siepe vidi nascondersi due passerotti, volati poi via ad un rinforzo improvviso del vento. Era Maggio e pareva Ottobre; anche la frescura era intensa: indossai il mio lungo gilet di lana. I pini oscillavano. Oltre le loro forti braccia la sagoma del postino si palesò, avanzando verso la mia casa. Avevo letto “Una pensione tedesca” la sera precedente:
“In quel momento il postino, che sembrava un ufficiale dell’esercito tedesco, entrò con la posta. Mi gettò le lettere nel pudding al latte, e poi, bisbigliando, si rivolse a una cameriera. Lei si ritirò in fretta. Comparve il direttore della pensione con un vassoietto. Vi era posata una cartolina illustrata, che col capo rispettosamente chino il direttore portò al Barone”.
Era tutto perfettamente calzante alla mia condizione corrente, mi mancava soltanto il Barone dal colorito giallastro seduto al tavolo della mia minuscola cucina. Non che me ne rammaricassi più di tanto, pensai: quel sordido individuo dalla pelle giallina e gli occhiali più grandi della Storia, non avrei certo gradito di averlo seduto accanto. D’altronde, anche l’accorgermi di avere Frau Oberregierungsrat seduta a sferruzzare sul mio divano fu cosa che quasi mi uccise, parlando per metafore, non fosse altro per quel nome esageratamente lungo e di non facilissima pronuncia, anche per me che conoscevo il tedesco. Il tempo intanto, dopo avermi respinta di prepotenza dalla porta alla cucina, peggiorava. Era feroce là fuori (It was ferocious out there). Le mie rose erano nel vortice del vento e i petali, tutti, gemevano sbattuti qua e là. Ho sempre amato i fiori. Come mia madre. E lei ora era proprio là in piedi sulla porta con un mazzo di fiori in mano, appena raccolti.
Erano giornate quelle, cupe e mobili come occhi giovani, giornate in cui mi piaceva leggere di cose lontane, bagnate dall’umore dell’Atlantico, respirare la tempesta sfidando vento e pioggia dura come sassi. Non mi importava del tempo inclemente: respiravo nella fradicia condizione di chi ha coraggio di inzupparsi per bene, per rinascere. Il fuoco del camino acceso crepitava contento mentre mia madre nel frattempo si era seduta sul divano accanto a Frau Oberregierungsrat e le domandava chi fosse l’angioletto per cui stava tricottando quella cuffietta di lana bianca. Mia madre amava i bambini, almeno tanto quanto fosse diventata indifferente al tricot, che non aveva mai praticato preferendogli il crochet e il mezzo punto. Dal muro, dietro la sua testa di capelli lunghi e neri, sbirciava il cocker biondo da lei stessa ricamato. Frau Oberregierungsrat, dal canto suo, impettita nella sua redingote grigio Germania, continuava imperterrita a lavorare a maglia senza badarle. Eh già, perché lei non la vedeva e non la sentiva, la presenza di mia madre. Solo per un momento alzò il capo lanciando un’occhiata furtiva intorno a sé, come fosse stata disturbata da un qualche improbabile refolo di vento o parola detta. Io intanto mettevo sul fuoco la teiera e sognavo una torta al cioccolato per cena. Rigorosamente per tre. Anche se era ancora mattina e tutto ancora possibile entro l’ora di cena. Forse il Barone si sarebbe unito a noi e quella pedante bambina nipote della Baronessa von Gall, si sarebbe presentata a tavola con le orecchie pulite. La Baronessa infatti, fedele al suo status, non se ne preoccupava minimamente. Mai. Il problema principale della Germania è che d’inverno ti gela la collottola e molte cose passano in secondo piano.

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Art@Károly Ferencz

Un breve incontro

Rallentando, fece un breve passo; distanziandosi con circospezione dal cespuglio fiorito prese a respirare con forza. Il sole caldo di maggio incombeva sul suo capo privo di protezione; e ricordò le parole di sua madre che la redarguiva, sull’esporsi al sole in primavera senza cappello. Ma amava il calore del primo sole dopo il lungo inverno, le pagliuzze d’aria dorata spostarsi e giocare nei suoi occhi, la sensazione di una fiammella che arde sulla pelle digiuna, l’odore dei fiori e il canto ininterrotto degli uccellini sui rami. Più tardi avrebbe cucinato un dolce e dello stufato, decise. Non una voce umana si udiva in quel mattino perfetto, nessun vociare, nessuno schiamazzo, nessun gridolino o chiacchiera. Solo il latrato dei cani bucava l’aria di cristallo. Nella sua cucina lunghi tagli di sole facevano a spicchi il suo tavolo. La distanza fra lei e il mondo pareva ridursi quando camminava per il giardino della sua casa e al rientro le sembrava quasi di aver viaggiato mille miglia, di aver visto tutto ciò che di più bello e meritevole ci fosse da vedere. Il pendolo a muro oscillava ticchettando. Alcune gocce di luce si alternarono sulla mensola del camino. Sotto la sedia di vimini un fiotto di luce prese vita per poi sparire nel nero dell’ombra. Poiché le era parso di scorgere un movimento fugace, incuriosita guardo’ meglio: la stoffa fiorata del volant oscillava ancora; nella macchia di luce, granelli sottili di polvere vorticavano spinti da un moto blando dell’aria. Alzato lo sguardo, inseguì idealmente la scia repentina di luce ormai svanita fino a vederla ricomparire più in su, a cavallo fra il pavimento e la mensola del camino. Fu così che sulla mensola lignea vide un gatto bianco dal pelo lungo e lucido osservarla con due occhi grandi come una verde luna piena. Il fiato le si fermò in gola. Un miagolio prolungato accompagnò la piega del collo dell’animale che ora la fissava immobile. Ma dopo un attimo che le parve eterno svanì come fa il sole quando cade dietro una nube di passaggio, lasciando solo un moto invisibile d’aria sul fondo del muro.

La siepe

Il cielo plumbeo di quel mattino mi scivolo’ nel cuore, lento e inesorabile. Sul fondo della tazza davanti a me solo polvere, di caffè e nuvole. Il telefono taceva dalla sera precedente; immobile sul tavolo della cucina tratteneva nella sua pancia di metallo il suo ultimo messaggio. Nel giardino di fronte la siepe di lauro luccicava nella luce livida e oltre il viale ancora spoglio, piantumato di calle, la porta sbarrata della sua casa rimpiccioliva, mentre la guardavo fissandola senza speranza. Ricordai quando lo vidi per la prima volta: indossava una tuta blu e un cappello di lana che gli copriva la sommità del capo, da cui spuntavano riccioli neri cadenti sulle spalle. Potava gli arbusti di rose accanto al cancello, fischiettando. Un giorno uscii dalla porta a ritirare la posta e i nostri sguardi si incrociarono, così come avvenne nei giorni seguenti, fino a sorriderci ma senza avere mai il coraggio di parlare. Un giorno però, il postino scambiò una lettera indirizzata a me con un’altra sua e poche ore dopo bevevamo caffè in veranda, ridendo di quel contrattempo, dimenticando il mondo fuori, come ci fossimo sempre conosciuti. Il destino ci aveva così agganciati al suo carro di luci, risplendenti come stelle la notte. Ci innamorammo subito, come folgorati da misteriosi lampi caldi che ci vorticavano dentro, in una sorta di bolla incandescente che ci conteneva. I suoi occhi verdi e lucenti mi rapirono; come in un sogno mi fecero credere che potesse davvero esistere un mondo in cui l’amore dominava ogni cosa. Nella primavera del nostro primo anno, ci dedicammo insieme a piantumare le aiuole sul retro della mia casa, scegliendo viole mammole, iris e giunchiglie, tulipani e primule, e gerani ricadenti appesi alla ringhiera del balcone della mia camera. Lui era un uomo che i fiori li aveva nelle mani, nella testa e soprattutto nel cuore; lo capivo da come mi guardava senza neppure conoscermi, dal modo in cui toccava le foglie del vecchio gelso, dal sorriso che dedicava alla terra ogni volta che la rivoltava. Aveva viaggiato molto e si era infine rifugiato in quel piccolo borgo medioevale che era il paese in cui vivevo, coltivando rare specie di orchidee, strappando al fazzoletto di terra dietro alla sua casa la bellezza dei fiori e la succulenta bramosia degli ortaggi. Uomo riservato e imponente, di poche parole e occhi grandi e curiosi. Quel giorno però, la porta della sua casa non si aprì. Oltre la siepe di lauroceraso, intravidi la porta socchiusa del garage e il suo capo ricciuto riverso sulla spalla sinistra, in un’ innaturale piega simile a quella della testa di una marionetta rotta. Il mio grido fece tremare i vetri delle finestre e i petali dei fiori che aveva piantato per me.

Fuoco fatuo


Faceva il becchino in un piccolo cimitero della Cornovaglia.

Da lontano, guardando là dove il dente bianco della scogliera luccicava nella bruma dell’acqua, fra terra e artigli di piccoli sassi neri, si intravedeva il biancore delle lapidi svettanti dal grembo verde. Un giorno, mentre tagliava la siepe, udì un tonfo e vide una piccola luce vagare indistinta nella nebbia e subito dopo una lunga pausa silenziosa farsi largo fra le tombe. – Che Dio non voglia spaventarmi! – pensò alzandosi dagli occhi la visiera del berretto di tweed. Ma forse Dio lo voleva e non appena voltatosi verso i cancelli d’ingresso, i forbicioni in mano immobili e pesanti come un sasso, udì distintamente il suo nome risuonare fra la cortina di bosso e il viottolo. – Kieraaaan, Kieraaaan! “- Il cielo si oscurò tendendo le nubi gravide a dismisura. Poi la luce gli si avvicinò e parlò brillando nell’aria grigia: – ” Tu sei il prescelto di questa notte. Avrai da rendere indietro l’anima entro due giorni” -. Sudo’ e pianse, gridò di no, raccolse la voce rimastagli e inveì come un animale spaventato contro quel nefasto lume del colore del fuoco. Kieran iniziò ad agitare il rastrello in aria tentando di colpire la piccola fiamma, senza riuscirci; ogni volta che l’attrezzo si avvicinava al suo bersaglio questo scivolava via veloce come una saetta, lasciando un puzzo sgradevole di bruciacchiato intorno. Così, posò forbicioni e rastrello e corse via verso il mare, là dove i gabbiani cantavano senza fermarsi mai in nessun posto. Si sedette su un grosso sasso e lasciò che la paura lo abbandonasse. Capì di non aver più nulla da rendere indietro, capì di essere diventato diverso e inutile quando sei mesi prima aveva divelto la pesante pietra di una tomba per trafugare dei gioielli. Scoppiò un temporale e la luce venne, ed egli volo’ con essa ad espiare la sua colpa. Ferito a morte, la carne incenerita come da un rogo, cadde sulla lapide violata della donna derubata. E il silenzio cadde ancora sul cimitero. Faceva il becchino in un piccolo cimitero della Cornovaglia. Due secoli fa.

Il servo

pippayoung12

art@Pippa Young

§

 

Mi mostrai sorpresa in un primo momento; poi subito dopo indignata. Dentro me si inanellarono rabbia e stupore sebbene la prima fosse più tenace del secondo.

L’amarezza giunse a chiudere quel cerchio infame, di attimi trascorsi con un uomo povero non di mezzi ma di statura morale. Non fu facile credere ancora di sopportare un tale abbrutimento, ma deglutii due volte e respirai nel tentativo di superare i sentimenti avversi che mi inondavano come un fiume in piena, irreversibili e violenti.

Credetti per un attimo di essere in torto, di aver frainteso o chissà cos’altro. La mia voce interna però mi disse a chiare lettere che non sbagliavo affatto. Ciò che più trovavo rivoltante era l’ostinata pretesa che il mio interlocutore mi sbatteva in faccia, convinto fosse un dogma al quale fosse impossibile opporsi.

Le accuse infondate, le bassezze morali, la piccolezza del suo essere, la necessità di dover accettare tutto perchè non avevo altra scelta. E dire che l’avevo amato, e non poco. Le domande, fra le quali si imponeva un gigantesco: “come ho potuto?“, ferivano ripetutamente la mia dignità.

Talvolta mi piaceva pensare che ci fosse più di qualcosa di buono in lui, e forse era anche vero, ma quando certe parole si ghiacciavano nell’aria restavo senza illusione, solo con una grande tristezza che mi stritolava il cuore. La felicità non era stata mai così lontana.

Coprire con gesti amichevoli certe realtà nascoste bene e molto meno edificanti, era la sua specialità. La mia vocazione deleteria invece era l’ingenuità, il fidarmi, il desiderare che un quadrato potesse diventare tondo. E il non aver imparato nulla dopo anni. Quella mattina mi alzai con un senso di nausea persistente che mi fece pensare a quell’uomo proprio come ad un servo perfido e vendicativo.

Molte erano state le volte in cui si era lamentato di sentirsi un servo e, per quanto non riuscissi a comprendere quell’affermazione, ora improvvisamente mi balenava l’idea che davvero lo fosse; ma dentro, dentro il suo miserabile ego. Chissà, magari in un’altra vita aveva lucidato scarpe all’angolo di una strada affollata di Shangai, con il risciò del suo padrone parcheggiato poco più in là dove contava i soldi guadagnati con il sudore del suo schiavo. Oppure aveva avuto la sfortuna di lavorare per un disgustoso magnaccia che lo sfruttava e lo fustigava se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato.

La frustrazione lo inseguiva e per sfuggirla frustrava me, coprendomi di insulti che subito dopo zittiva imponendosi indifferenza a ciò che aveva appena pronunciato. Perversamente li vomitava per poi rimangiarseli, quasi volesse espellerli e subito dopo tacerli per acquietarsi la coscienza o continuare a garantirsi ai miei occhi un’immagine ripulita e morigerata.

Per non parlare del silenzio che si imponeva, salvo sbottare ad una mia provocazione, forse solo per garantirsi i miei servigi sessuali in cambio di quei pochi favori materiali che era disposto ad elargire facendoli sempre cadere dall’alto.

I mostri sono mostri, piccoli o grandi rimangono sempre mostri. Gli sciocchi idem, ed io ero e sono una di quelli. Ma me ne libererò prima o poi, e la felicità sarà meno lontana. Fino ad allora, ho dunque deciso che lo tratterò come un servo, lo farò spietatamente, esattamente come lui spietatamente mi pensa, nella sua mente piccola e ristretta. Gli mostrerò che sarà più bella la vita senza me quando tirerò un respiro di sollievo al mio sonoro: vaffanculo.