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Siate felici

BUON 8 MARZO

Il Golem Femmina

Lasciate i condizionali, i sensi di colpa, i bicchieri mezzi vuoti, i fossi alle strade.

Liberatevi delle insonnie, delle prepotenze, degli spazi sempre stretti .

Lasciate squillare i telefoni, arrestate i videocitofoni, gelate i forni.

Liberatevi dalle ruote da spostare, dalle incurie delle voci, dalle vite ignoranti.

Vestitevi di imperativi, di infiorescenze, di pause, di iperboli.

Scendete in piazza, tornate in viaggio, scivolate in amore.

Perdonatevi.

Si può arrivare al cielo da qualunque luogo si parta, lo hanno già scritto.

Siate felici.

Buon Otto Marzo.

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Per Mary Oliver- Bye Bye Swan

maryoliver1

Mary Oliver con il suo cane – photo@Rachel Giese Brown

cornicetta

 

The Swan

Did you too see it, drifting, all night, on the black river?

Did you see it in the morning, rising into the silvery air –

An armful of white blossoms,

A perfect commotion of silk and linen as it leaned

into the bondage of its wings; a snowbank, a bank of lilies,

Biting the air with its black beak?

Did you hear it, fluting and whistling

A shrill dark music – like the rain pelting the trees – like a waterfall

Knifing down the black ledges?

And did you see it, finally, just under the clouds –

A white cross Streaming across the sky, its feet

Like black leaves, its wings Like the stretching light of the river?

And did you feel it, in your heart, how it pertained to everything?

And have you too finally figured out what beauty is for?

And have you changed your life?

*

Il cigno

L’hai visto, vagabondare, tutta notte, sul fiume scuro?

L’hai visto la mattina, sollevarsi nell’aria argentata –

Una profusione di fiori bianchi,

un perfetto parapiglia di seta e lino come piegato

nella schiavitù delle sue ali; un cumulo di neve, un mucchio di gigli,

battendo l’aria con il suo becco nero?

L’hai sentito, acuto e fischiettante

una musica tetra e stridula – come la pioggia a dirotto sui rami – come una cascata

passare come una lama giù per le sponde buie?

E l’hai visto, infine, proprio sotto le nubi –

Una croce bianca svolazzante attraversare il cielo, le sue zampe

come foglie annerite, le sue ali come la luce allargata del fiume?

E l’hai sentito, nel tuo cuore, quanto sia parte di ogni cosa?

E hai infine compreso anche tu, lo scopo della bellezza?

E hai cambiato la tua vita?

*

 

Wild geese

You do not have to be good.

You do not have to walk on your knees

for a hundred miles through the desert, repenting.

You only have to let the soft animal of your body

love what it loves.

Tell me about despair, yours, and I will tell you mine.

Meanwhile the world goes on.

Meanwhile the sun and the clear pebbles of the rain

are moving across the landscapes,

over the prairies and the deep trees,

the mountains and the rivers.

Meanwhile the wild geese, high in the clean blue air,

are heading home again.

Whoever you are, no matter how lonely,

the world offers itself to your imagination,

calls to you like the wild geese, harsh and exciting–

over and over announcing your place

in the family of things.

*

 

Oche selvatiche

Non devi essere buono.

Non devi camminare sulle ginocchia

per cento miglia nel deserto, pentendoti.

Devi solo lasciare che il tenero animale del tuo corpo

ami ciò che ama.

Raccontami della disperazione, la tua, ed io ti racconterò la mia.

Nel frattempo il mondo va avanti.

Nel frattempo il sole e i limpidi sassolini di pioggia

si stanno muovendo attraverso il paesaggio,

sulle praterie e gli alberi alti,

le montagne e i fiumi.

Nel frattempo le oche selvatiche, in alto nell’aria limpida e blu,

stanno di nuovo facendo rotta verso casa.

Chiunque tu sia, non importa quanto solo,

il mondo  si offre alla tua immaginazione,

ti chiama come le oche selvatiche, forte e appassionatamente –

più e più volte annunciando il tuo posto

nella famiglia delle cose.

*

 

A Visitor

My father, for example,

who was young once

and blue-eyed,

returns

on the darkest of nights

to the porch and knocks

wildly at the door,

and if I answer

I must be prepared

for his waxy face,

for his lower lip

swollen with bitterness.

And so, for a long time,

I did not answer,

but slept fitfully

between his hours of rapping.

But finally there came the night

when I rose out of my sheets

and stumbled down the hall.

The door fell open

and I knew I was saved

and could bear him,

pathetic and hollow,

with even the least of his dreams

frozen inside him,

and the meanness gone.

And I greeted him and asked him

into the house,

and lit the lamp,

and looked into his blank eyes

in which at last

I saw what a child must love,

I saw what love might have done

had we loved in time.

 

*

Un visitatore

Mio padre, per esempio,

che una volta era giovane

e con gli occhi blu,

ritorna

nelle notte più buie

in veranda e bussa

selvaggiamente alla porta,

e se io rispondo

devo essere preparata

al suo volto di cera,

al suo labbro inferiore

gonfio di amarezza.

E così, per lungo tempo,

non ho risposto,

ma ho dormito a tratti,

tra le ore del suo bussare.

Ma alla fine venne la notte

in cui sgusciai fuori dalle lenzuola

e con passo incerto scesi nell’ingresso.

La porta si aprì

ed io seppi d’essere salva

e che potevo sopportarlo,

patetico e vuoto,

con persino il minore dei suoi sogni

congelato dentro sè,

senza più meschinità.

E lo accolsi e lo interrogai

dentro casa,

e accesi la lampada,

e lo guardai nei suoi occhi assenti,

nei quali vidi finalmente ciò che un bambino deve amare,

vidi ciò che l’amore avrebbe potuto fare

ci fossimo amati in tempo.

 

*-Mary Oliver (1935-2019)-*

Traduzione di Federica Galetto

cornicetta

The little story of the dead flame

collagefiamma

art@Federica Nightingale

§

 

This is the little story of the dead flame

Like a round ring it swirls

and whispers

I’m unheard and lonely and weird

That mind oh so gritty

buried with indifference

into the gray marble you are contained in

And my angel wings burn

(oh so fast they burn)

like the low sky of january out there

I do not know the decision

I do not know who you are

and I, I survive endlessly without

fear

Of you poor soul pouring disdain

and sink deeply into a black deaf plea

That’s the damage you do to yourself

My love without head and arms and hands

overwhelming the nothingness

§

Questa è la piccola storia della morta fiamma

Come un tondo anello turbina
e sussurra
Sono inascoltata e sola e strana
Quella mente oh così caparbia
sepolta dall’indifferenza
nel marmo grigio che ti contiene
E le mie ali d’angelo bruciano
(oh bruciano così in fretta)
come il cielo basso di gennaio là fuori
Non conosco la decisione
Non so chi sei
ed io, io sopravvivo all’infinito senza
paura
di te povera anima che versa disprezzo
e affonda profondamente dentro
una supplica sorda
E’ il danno che fai a te stesso
Il mio amore senza testa e braccia e mani
a sommergere il nulla

 

 

 

Era la fine di dicembre

vinbrule

 

 

§

Era la fine di dicembre, la fine dell’anno che si preparava ad andarsene. Non era poi così silente il suo andar via,si udivano infatti centinaia di voci sui gradini della scala che portava al piano di sopra; e dicevano che era ancora aperta una ferita o che le mani che non si toccavano più ancora non si riallacciavano. Poi, l’acqua era fredda sulla stufa economica, la legna ancora mancava. Piangeva una donna,un bambino, le tende erano stinte e vecchie, i tappeti battuti da troppi battipanni languivano. Fra un cicaleccio e un ghermire di gioia non si spannavano i vetri, neanche per un minuto. Ma il sobbollire lento di un minestrone avvolgeva le mura, contente di respirare il cibo ghiotto di un pasto volatile come il fiato. Dai letti sortiva una colonna di pieghe morbide, così strette da non far passare il gelo. Non c’erano cose certe nè incerte in quel momento,tutto era sospeso in una incognita brillante prima, opaca poi. Il fuoco, ritrovato dopo averne rivoltato i resti, gongolava ora a più non posso e le densità amare di domani, ieri e oggi s’aggrovigliavano ai ritorni d’eco d’una speranza. Chè quella danzava sul portico e nel corridoio, e non si fermava mai, accorrendo per non perdersi fra le minuzie indesiderate, le piccole infastidite rogne domestiche. Il denaro era partito per tornare non si sa quando, e c’era un amante smarrito fuori alla porta che non si decideva a bussare. Mescolando la minestra pensavo che forse avrei potuto arrivare fino a primavera senza scorticarmi troppo le dita nel tentare di arrampicarmi ai sogni, e pensavo anche che le solite amarezze sarei riuscita ad annegarle nel brodo di carota e patate. In fondo erano povere cose ma fumanti,calde,ristoratrici. L’arte mi chiamava da dietro l’insonnolito giorno a finire.Il 31 dicembre era una data infame, non portava che gerle di pensieri e voci lamentose;eppure credevo davvero in quel pozzo d’insoluto e aspettavo il 1 gennaio con l’ansia di un fanciullo. Ridevo fra me e me, che arrivasse l’anno nuovo, ne avrei fatto strati di coperte per stare bene, anche con cori e voci a gridare scontento. Avevo un piccolo dono nel grembo, un diamante che era la vita, all’ombra del solito dissacrante ghigno d’incerto,un futile slancio nel futuro che avrei vissuto senza gloria e senza lode, ma innamorata del solo istante. Uno solo.

 

Buon Anno da La Lepre e il Cerchio

 

Buon Natale e Buone Feste da La lepre e il Cerchio

andreyremnev

Art@Andrey Remnev

 

 

~

L’anno vecchio, lacrima nell’occhio del tempo;
brina sul prugnolo, fossi fascinosi
di galaverna; sulla boccata d’aria,
la lunga, pensosa pausa pre-neve.

Una stella sulla fronte di un mulo nel campo
e il mulo strofina il muso sul muro a secco
dove uno scricciolo, come il borsellino di un bimbo,
si è rintanato in un buco. Giorno di Santo Stefano.

Otto campane dalla Chiesa. Accanto alla Chiesa,
la Locanda. Vicino alla Locanda, e di fronte,
una lunga teoria di casette. Alla fine della fila,
una fattoria. In cima al colle, la Grande Casa –

ovunque l’odore muschiato della torba dai primi fuochi
come se l’ora avesse iniziato il giorno
con un puro malto liscio; come il tuo uomo qui
che ora sbatte sulle porte con la bacchetta di agrifoglio.
[…]

Da “The Wren Boys” (tratto da Carol Ann Duffy, “Un Natale inglese”, antologia di poesie natalizie a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, illustrazioni di Simone Pagliai, Le Lettere 2018)