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Skin – di Lynn Hardaker, una traduzione

estercox

art@Hester Cox

*

 

lynnhardackerpoem

 

Pelle

Premo

mani d’ocra sulle mura di questa caverna. mia pelle. mio rifugio.

le mie dita strisciano come insetti notturni

a cantare la corsa degli animali,

il vento della caccia, il battito dei cuori e degli zoccoli

attraverso le pianure, di pietra e polvere.

ogni notte sogno la caccia

attraverso il mio cielo d’occhi dalle nere palpebre

ogni notte

il mio corpo scivola intriso di sudore e macchiato di cenere

corro

mentre corro,

sento il battito del tamburo che ho creato –

sonoro e appreso – dalla mia stessa pelle,

sento il peso dell’arma che ho creato

dal mio stesso osso.

lascio le mura di fuoco dipinte

di questa illusione

e corro,

sotto lo sguardo freddo e dai mille occhi della notte

corro fino a sentire che il mio cuore batterà il suo ultimo battito e lacrima attraversarmi la pelle

Mi fermo

la paura asciutta come la terra nella mia bocca.

abbasso il mio palco allo stagno

e bevo le stelle.

 

Testo di Lynn Hardaker

Traduzione italiana di Federica Galetto

****

 

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Originally from Toronto, Canada, Lynn Hardaker now lives in Regensburg, Germany. She is an artist and a writer.

Originaria di Toronto, Canada, Lynn Hardaker vive e lavora a Regensburg, Germania. E’ artista e scrittrice.

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Lynn Hardaker, Profilo Facebook:

https://www.facebook.com/lynn.hardaker

 

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Tiziano Fratus: due poesie da Arborgrammaticus

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Sycamore Tree, Study for Pennsylvania Landscape, 1941 Andrew Wyeth (1917-2009). Ink and watercolor, 29 3/4 x 39 3/8 inches. Delaware Art Museum, Gift of Mr. and Mrs. William E. Phelps, 1964. © 2018 Andrew Wyeth/Artists Rights Society (ARS), New York.

*

Componimenti tratti dall’opera in fieri Arborgrammaticus (poesie 2000-2018)

Per gentile concessione © Tiziano Fratus, Studio Homo Radix

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La riserva

Primo

esercizio:

immaginare

una città priva

di alberi. Secondo

compito: vagheggiare

il profumo dei muschi

d’un bosco fitto, la fioritura

dei tigli a fine maggio, il profumo

dolce dei frutti spaccati in piena estate.

Non soltanto protezione, ammaliamenti, sfarfallii.

Quando gli uomini dimenticano di essere uomini alzano

muri coi teschi e disegnano filo spinato con le unghie e i denti.

Ardono i libri scritti per ricordare precedenti tagli nel dizionario.

Se questo è un uomo, i diari di Anna Frank e Etty Hillesum,

L’Agnese va a morire, Pioggia nera, Una giornata di Ivan

Denisovič. A chi viene risparmiato dalla tempesta e resta

la vita attaccata alla pelle può servire appoggiare

orecchio al loro silenzio intermittente, al loro

mormorio di fronda, al loro radicamento

nelle profondità di epoche sepolte.

Li chiamano «a l b e r i» ma

sono riserve dantesche

per l’anima di coloro

che rinascono a

nuova stella

*

wyath-endofstorm

Andrew Wyeth – End of storm

*

Giobbe

Dentro

l’uomo dei libri

aveva riparo l’uomo delle parole.

E dentro l’uomo delle parole aveva

a sua volta rifugio l’uomo delle piante,

l’uomo dei semi e l’uomo cugino delle radici.

Non ebbe modo di sovrascrivere quel moto biologico

che chiamano anima. Raccoglieva le felci e le osservava,

nei suoi quaderni, la bellezza inaudita, la perfezione, la geometria.

Ma nulla ha potuto ad evitare che egli,

il suo destino, fosse uguale

all’andamento

del fumo di

un ince

ndi

o

*

Tiziano Fratus (Bergamo, 1975) cresce nei paesaggi di Lombardia e in Piemonte. A seguito della dissolvenza della propria famiglia naturale inizia a viaggiare, attraversando le foreste di conifera della California e delle Alpi laddove perfeziona il concetto di Homo Radix, al quale conseguono una pratica quotidiana di meditazione in natura, la disciplina della Dendrosofia e la teoria del Quinto Umanesimo. In vent’anni di lavoro pubblica opere in prosa e in versi per editori quali Mondadori, Feltrinelli, Bompiani, Laterza, Einaudi ed Ediciclo. Sue liriche sono tradotte in 9 lingue e pubblicate su rivista o in volume in 16 paesi. Ha all’attivo personali fotografiche. Collabora coi quotidiani La Stampa e Il Manifesto e conduce il programma Nova Silva Philosophica su Radio Francigena. Vive nella campagna torinese laddove si esaurisce la costanza della pianura e si snodano le radici delle montagne.

Il suo sito: www.homoradix.com

Il servo

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art@Pippa Young

§

 

Mi mostrai sorpresa in un primo momento; poi subito dopo indignata. Dentro me si inanellarono rabbia e stupore sebbene la prima fosse più tenace del secondo.

L’amarezza giunse a chiudere quel cerchio infame, di attimi trascorsi con un uomo povero non di mezzi ma di statura morale. Non fu facile credere ancora di sopportare un tale abbrutimento, ma deglutii due volte e respirai nel tentativo di superare i sentimenti avversi che mi inondavano come un fiume in piena, irreversibili e violenti.

Credetti per un attimo di essere in torto, di aver frainteso o chissà cos’altro. La mia voce interna però mi disse a chiare lettere che non sbagliavo affatto. Ciò che più trovavo rivoltante era l’ostinata pretesa che il mio interlocutore mi sbatteva in faccia, convinto fosse un dogma al quale fosse impossibile opporsi.

Le accuse infondate, le bassezze morali, la piccolezza del suo essere, la necessità di dover accettare tutto perchè non avevo altra scelta. E dire che l’avevo amato, e non poco. Le domande, fra le quali si imponeva un gigantesco: “come ho potuto?“, ferivano ripetutamente la mia dignità.

Talvolta mi piaceva pensare che ci fosse più di qualcosa di buono in lui, e forse era anche vero, ma quando certe parole si ghiacciavano nell’aria restavo senza illusione, solo con una grande tristezza che mi stritolava il cuore. La felicità non era stata mai così lontana.

Coprire con gesti amichevoli certe realtà nascoste bene e molto meno edificanti, era la sua specialità. La mia vocazione deleteria invece era l’ingenuità, il fidarmi, il desiderare che un quadrato potesse diventare tondo. E il non aver imparato nulla dopo anni. Quella mattina mi alzai con un senso di nausea persistente che mi fece pensare a quell’uomo proprio come ad un servo perfido e vendicativo.

Molte erano state le volte in cui si era lamentato di sentirsi un servo e, per quanto non riuscissi a comprendere quell’affermazione, ora improvvisamente mi balenava l’idea che davvero lo fosse; ma dentro, dentro il suo miserabile ego. Chissà, magari in un’altra vita aveva lucidato scarpe all’angolo di una strada affollata di Shangai, con il risciò del suo padrone parcheggiato poco più in là dove contava i soldi guadagnati con il sudore del suo schiavo. Oppure aveva avuto la sfortuna di lavorare per un disgustoso magnaccia che lo sfruttava e lo fustigava se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato.

La frustrazione lo inseguiva e per sfuggirla frustrava me, coprendomi di insulti che subito dopo zittiva imponendosi indifferenza a ciò che aveva appena pronunciato. Perversamente li vomitava per poi rimangiarseli, quasi volesse espellerli e subito dopo tacerli per acquietarsi la coscienza o continuare a garantirsi ai miei occhi un’immagine ripulita e morigerata.

Per non parlare del silenzio che si imponeva, salvo sbottare ad una mia provocazione, forse solo per garantirsi i miei servigi sessuali in cambio di quei pochi favori materiali che era disposto ad elargire facendoli sempre cadere dall’alto.

I mostri sono mostri, piccoli o grandi rimangono sempre mostri. Gli sciocchi idem, ed io ero e sono una di quelli. Ma me ne libererò prima o poi, e la felicità sarà meno lontana. Fino ad allora, ho dunque deciso che lo tratterò come un servo, lo farò spietatamente, esattamente come lui spietatamente mi pensa, nella sua mente piccola e ristretta. Gli mostrerò che sarà più bella la vita senza me quando tirerò un respiro di sollievo al mio sonoro: vaffanculo.

 

Emily Dickinson, poesia n° 419

We grow accustomed to the Dark –
When Light is put away –
As when the Neighbor holds the Lamp
To witness her Good bye –

A Moment – We uncertain step
For newness of the night –
Then – fit our Vision to the Dark –
And meet the Road – erect –

And so of larger – Darknesses –
Those Evenings of the Brain –
When not a Moon disclose a sign –
Or Star – come out – within –

The Bravest – grope a little –
And sometimes hit a Tree
Directly in the Forehead –
But as they learn to see –

Either the Darkness alters –
Or something in the sight
Adjusts itself to Midnight –
And Life steps almost straight.

 

Ci abituiamo al buio
Quando la luce è messa via
Come quando la vicina sorregge la lampada
A testimoniare il suo arrivederci
Un momento – il nostro passo è incerto
per la novità della notte
Poi adattiamo la Vista al buio
e incontriamo la strada – eretti
E così è per tenebre più vaste
Quelle notti della mente
in cui neppure la luna manda un segno
O una stella appare – dentro
I più coraggiosi brancolano un poco
e talvolta picchiano contro un albero
In piena fronte
ma imparano così a vedere
Che sia l’oscurità ad alterarsi
o qualcosa nella vista
Che si adatta alla mezzanotte
E la vita quasi cammina diritta

Domandarsi se

 

    *

Domandarsi se

le sfumature contano,

se i dettagli si incidono a forza e rinforzano,

se le parole non dette non si dicono perchè non ci sono,

se le cose fatte sono amore senza voce, o se una carezza si può dare senza toccare.

Domandarsi se.

*

Wondering if the nuances count, if details carve themselves by force and reinforce, if unspoken words are said because they are not, if the done things are love unvoiced, or if a caress can be given without touching. Wondering if.