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Skin – di Lynn Hardaker, una traduzione

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art@Hester Cox

*

 

lynnhardackerpoem

 

Pelle

Premo

mani d’ocra sulle mura di questa caverna. mia pelle. mio rifugio.

le mie dita strisciano come insetti notturni

a cantare la corsa degli animali,

il vento della caccia, il battito dei cuori e degli zoccoli

attraverso le pianure, di pietra e polvere.

ogni notte sogno la caccia

attraverso il mio cielo d’occhi dalle nere palpebre

ogni notte

il mio corpo scivola intriso di sudore e macchiato di cenere

corro

mentre corro,

sento il battito del tamburo che ho creato –

sonoro e appreso – dalla mia stessa pelle,

sento il peso dell’arma che ho creato

dal mio stesso osso.

lascio le mura di fuoco dipinte

di questa illusione

e corro,

sotto lo sguardo freddo e dai mille occhi della notte

corro fino a sentire che il mio cuore batterà il suo ultimo battito e lacrima attraversarmi la pelle

Mi fermo

la paura asciutta come la terra nella mia bocca.

abbasso il mio palco allo stagno

e bevo le stelle.

 

Testo di Lynn Hardaker

Traduzione italiana di Federica Galetto

****

 

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Originally from Toronto, Canada, Lynn Hardaker now lives in Regensburg, Germany. She is an artist and a writer.

Originaria di Toronto, Canada, Lynn Hardaker vive e lavora a Regensburg, Germania. E’ artista e scrittrice.

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Lynn Hardaker, Profilo Facebook:

https://www.facebook.com/lynn.hardaker

 

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Gwyneth Lewis – Una traduzione

 

 

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Gwyneth Lewis – photocredit Keith Morris

 

 

Birder
(i.m. my aunt Megan 1924-2009)
I
Midwinter, season for seeing through
Time and space. Before the War,
You were ‘sparrow’. Now I hear
Geese in your breathing, oboe sighs.
Overhead they’re leaving too. Each bird’s
A letter, making sense
For a moment, then not. Cirrus of snow
Lays over the woods. Sluggish
With ice, the creek’s pulse slows.

II
Morning performance on the stage
Under the feeder. Enter wild turkeys,
A corps de ballet in copper tutus.
Solo of startle – entrechat, entrechat,
Pas de bourées – then the tom
Leads off his harem, one by one,
No curtsey, no curtain call. Then gone.

III
Fashion show: a black-eyed junco
Models its species – train,
Down jacket (in white and slate),
Then profile. When I die
I want to hear birds ricochet
Outside my window, feel the strobe
Of small flocks feeding. I’d like
To deserve this litany:
Woodpecker, waxwing, chickadee.

IV
It’s no small thing to have lived your life
In cardinals’ and tree-creepers’ eyes.
They’ll feel you first as a rendezvous missed,
Then hunger. Your body’s the birds
Waiting as they rise and scatter
To a final slam of the kitchen door.

Gwyneth Lewis

Poesia pubblicata su The Guardian

https://www.theguardian.com/books/2015/mar/02/poem-of-the-week-birder-gwyneth-lewis

§

L’osservatrice di uccelli

(in memoria di mia zia Megan, 1924-2009)

Cuore dell’inverno, stagione per vedere attraverso
Tempo e spazio. Prima della Guerra,
Tu eri “passero”. Ora sento
l’Oca nel tuo respiro, sospiri d’oboe,
In cielo anch’essi stanno partendo. Ogni uccello è
Una lettera, che ha senso
Per un momento, poi non più. Cirro di neve
Si stende sui boschi. Fiacco
Di ghiaccio, il battito del rivo rallenta

II
Spettacolo mattutino sul palcoscenico
Sotto la mangiatoia. Entrano tacchini selvatici,
Un corpo di ballo in tutù di rame.
Assolo a sorpresa – entrechat, entrechat,
Pas de bourées – poi il gatto maschio
accompagna il suo harem, uno ad uno,
Nessuna reverenza, nessun inchino finale. Poi spariscono.

III

Sfilata di moda: un junco dagli occhi scuri
Fa da modello alla sua specie – passerella,
Piumino (in bianco e grigio ardesia),
Poi di profilo. Quando muoio
voglio sentire il rimbalzo degli uccelli
Fuori alla mia finestra, sentire l’intermittenza
di piccoli stormi nutrirsi. Vorrei
meritare questa litania:
Picchio, beccofrusone, cincia.

IV
Non è cosa da poco aver vissuto la tua vita
Negli occhi di cardinali e rampicanti d’alberi.
Ti sentiranno prima come un rendezvous mancato,
Poi come fame. Il tuo corpo è l’attesa
Degli uccelli che attendono mentre s’alzano e si disperdono
nello sbattere ultimo della porta della cucina.

Testo di Gwyneth Lewis tratto da “Sparrow Tree” – Bloodaxe 2011

Traduzione: Federica Galetto

*

Gwyneth Lewis è nata a Cardiff, Galles, nel 1959, dove vive attualmente. È una delle voci più interessanti della nuova poesia inglese. È stata designata primo poeta nazionale gallese nel 2005. Ha pubblicato sei libri di poesia in gallese e in inglese. Nel 2004 ha composto le parole che ornano la facciata del Millenium Centre di Cardiff: In these stones horizons sing. Keeping Mum è stato candidato nel 2004 come miglior libro dell’anno per il Welsh Arts Council. Di Gwyneth Lewis la casa editrice Mobydick ha pubblicato in Italia la raccolta Ventriloqua della distanza (2001).

 

 

 

Ursula K. LeGuin – Soft-Boiled Eggs

Ricordando Ursula Le Guin

Paper and Salt

Ursula K Le Guin Egg

There are two dueling schools of thought when it comes to great cooking. One days it’s all about ingredients; the other says it just boils down to technique. But in my experience, neither is wholly correct. To be a great cook, you must have time. Time determines how beef falls off the bone, or whether a soufflé stays aloft. Time usually decides whether we cook at all: if we don’t have enough of it, we’ll skip the process altogether and get takeout.

In No Time to Spare, published shortly before her death last week, Ursula K. Le Guin reflects on all the things that compete for our limited time. Her hours are “fully and vitally occupied with sleep, with daydreaming, with doing business and writing friends and family on email, with reading … with cooking and eating a meal and cleaning up the kitchen … None of this…

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Linger

Lizzie Riches

art@Lizzie Riches

 

Linger

I’m hidden inside of  you

and my orchard hangs there

where we don’t need to argue

(anymore)

Linger

I’m your lover forever (and ever)

now that you know that

the sky is nearer

and the joy grows

every day under my skin and my tongue

Linger baby, linger

hold me tight ‘till

I’m  melted

I’m outrageously gorgeous

and happy

Linger

‘cause I feel you need me

more than the air you breathe

Linger my love,

I’m so scared you leave

please, have faith in love

never be sad

never be sorry

Mind you,

keep some

rasperries for the sunny days

I belong to

Linger

Linger

Hush, linger now and forever

My orchard is brightly rich of myself

and fruits of our deep passion

Linger because I’m diamond

truth

your cup of tea

(do you know you make me cry)

(do you know you make me die)

Linger, my sweetheart

the moon is here to stay

and the leaves never be aside

‘cause you’re my roof

my home

and flooding soul

 

 

Virginia Woolf (Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941)

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Ma d’altra parte, mentre voi siete così diversi e cambiate mille volte a seconda delle idee e delle risate degli altri, io invece resterò sempre cupa, nero-tempesta, viola.
—  Virginia Woolf, Le onde, 1931
*
Andrò a casa. Riempirò i vasi di fiori, tanti, lussureggianti, sgargianti, raccolti in grandi mazzi. Metterò una sedia qui, un’altra lì. Disporrò le sigarette, i bicchieri, e un libro con la copertina a colori, appena comprato, non ancora letto, in caso vengano Bernard, Neville o Louis. Ma forse non verranno né Bernard, né Neville, né Louis; verrà invece qualcun altro, uno sconosciuto, un signore incontrato per le scale, al quale, passandogli accanto e volgendomi, ho mormorato ‘vieni’. Verrà questo pomeriggio qualcuno che non conosco, uno sconosciuto. Il silenzioso esercito dei morti discenda pure. Io vado avanti.
—  Le onde, Virginia Woolf

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Le donne devono sempre ricordarsi chi sono, e di cosa sono capaci. Non devono temere di attraversare gli sterminati campi dell’irrazionalità, e neanche di rimanere sospese sulle stelle, di notte, appoggiate al balcone del cielo. Non devono aver paura del buio che inabissa le cose, perché quel buio libera una moltitudine di tesori. Quel buio che loro, libere, scarmigliate e fiere, conoscono come nessun uomo saprà mai.
—  Virginia Woolf
*
Arrivai alla pozzanghera. Non riuscii ad attraversarla. Persi l’identità. Noi non siamo nulla, mi dissi, e crollai. Volai via come una piuma, vorticai dentro un tunnel. Poi con grande cautela spinsi in avanti un piede, mi appoggiai con una mano al muro di mattoni rossi. Ritornai in me con grande fatica, rientrai nel mio corpo, superai la pozza grigia, cadaverica. Ecco la vita a cui mi riconsegno.
—  Virginia Woolf, Le onde.
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