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“Anouk”, il mio romanzo

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E’ in uscita il 12 aprile il mio romanzo “Anouk”, edito dalla casa editrice flower-ed. Ambientato alla fine degli anni ’80 del secolo scorso fra Inghilterra, Francia e Scozia, “Anouk”è un romanzo in forma epistolare. La voce narrante conduce il lettore attraverso le vicende e i sentimenti di Anouk, la giovane scrittrice protagonista. Nell’intreccio della trama, vari episodi in forma di racconto si aprono gli uni negli altri come scatole cinesi rivelando un percorso che pagina dopo pagina si snoda in momenti ed epoche differenti , raccontando storie diverse, per convergere infine sempre nella realtà esistenziale della protagonista. Un collage ideale di scenari, situazioni e storie narrate da una voce fuori campo e dai vari protagonisti che animano il palcoscenico di una storia d’amore impossibile, nell’ incalzare di misteriosi avvenimenti che conducono Anouk alla ricerca di se stessa e dei suoi umani limiti. Fra brume e scogliere perigliose, paesaggi incantati, ricordi e amori struggenti, questo libro parla di vita, amore, morte e della terra di mezzo che fra queste regna. Nel raccontarne le gioie e le pene in un susseguirsi incalzante di fatti curiosi che sconfinano oltre il limite della normale percezione sensoriale, “Anouk” è la cronaca di un enigmatico viaggio dentro se stessi che condurrà la protagonista e i suoi ospiti evocati, verso la verità e il destino.

“Anouk”, un romanzo di Federica Galetto, Flower-ed editore

dal 12 aprile in tutte le librerie on line

anouk

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Dispacci per Narda- In ricordo dell’amica Narda Fattori

In memoria di Narda Fattori

CARTESENSIBILI

vincenzo piazza

vincenzo-piazza-buriana_acquaforte_1996.

I poeti non accendono che lampade
essi stessi si spengono
le fiammelle che stimolano
se luce vitale

inerisce come soli
ogni età una lente
dissemina la loro
circonferenza

Emily Dickinson

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La gioia della neve

coldwinter

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Oltre il vetro le aiuole sommerse di bianco luccicore si disegnavano, come drappi poggiati sui petali caduti, le corolle invecchiate, i grumi di terra scura. Rimpiangevo il minuto precedente l’arrivo della neve, perché ancora era limpido il cielo e nessuna nube ostile incombeva sul giorno. Ora le cortine di fiocchi vorticavano veloci e faceva un freddo intriso di vuoto, proprio come quando da bambina camminavo sul bordo del marciapiede che portava alla scuola nelle mattine d’inverno. Era stato come allora: all’improvviso l’azzurro aveva preso il volo e nubi scure si erano accalcate sulle case e sulle vie; poco dopo la neve era arrivata silenziosa, senza preavviso, muta nel passare, fatta d’eterni attimi la sua discesa. A quel punto, ogni volta, mi sentivo come sollevare dall’aria pulita che mi sferzava il viso e mi veniva voglia di cioccolata calda, di pane e marmellata, di fuoco scricchiolante nel camino.

In genere non potevo permettermi certi lussi, la neve arrivava quando voleva e quando voleva se ne andava, lasciandomi sempre impreparata all’evento. Capivo, dopo molti anni, quanto fosse magica la forza del gelo. Da bambini tutto si dà per scontato, si vive come se niente fosse mai vissuto prima e la dolcezza della scoperta, della meraviglia splendono come stelle negli occhi. La casa dei miei genitori aveva una grande sala da pranzo, le finestre alte e grandi versavano sul giardino e sull’orto che ora apparivano come lenzuoli stesi ad asciugare, rigidi di grigi e pieghe biancastre, con sotto il corpo della vita dormiente e placida. Il Natale era alle porte, c’era odore di spezie e di mele cotte al forno, di vischio e bacche rosse, di legna consumata, ardente nella stufa. Da quando avevo divorziato neanche il Natale mi sembrava più lo stesso; e non lo era.

Avevo perduto l’istinto per la bellezza dei dettagli, la volontà di pregare, il desiderio di scartare e fare regali, di addobbare l’abete o solo di preparare il vino caldo con i chiodi di garofano. Non riuscivo a stare seduta accanto al fuoco, nè a distinguere quell’attimo in cui la mente sola, armoniosamente elucubra sogni. Non sognavo più. E neppure l’odore pungente della luce livida mi quietava e guardavo passare la tramontana di fiocchi gelati con le mani incapaci di volontà. Un tempo avrei voluto afferrarli, uno ad uno, mi sarei eccitata nel sorprenderli cadere sul mio palmo, interrompendone la naturale discesa. Ero diventata come quel ramo di fico laggiù, nel fondo dell’orto di mio padre, un debole ramo piegato prossimo a spezzarsi sotto il peso della neve. Ma se la neve aveva un peso, ben sapevo che aveva anche una sua leggerezza immortale.

I boschi intorno alla casa, zittiti dal turbinare della tormenta, cigolavano sotto un velo di ghiaccio volante; non si udivano voci né canti d’uccelli, né movimenti di talpe e roditori o scoiattoli sui rami. Tutto giaceva in una morte apparente. Era la mia morte apparente che si mescolava al silenzio di quella neve senza tempo e mi sentivo nel cuore un brivido di timore, un soffio di caduta, una perdizione irrinunciabile. A undici anni caddi da quel fico scorticandomi un gomito e una coscia. Mio padre si irritò molto per l’accaduto, si era sempre raccomandato affinchè non salissi mai sul fico, perché era un albero traditore, apparentemente robusto e possente ma terribilmente fragile sotto il peso di un corpo. Idealmente caduta, di nuovo, ricordai i graffi brucianti sentendoli sulla pelle come allora e poggiata la guancia sulla tenda di velluto liscio color dell’albicocca matura scorsi d’un tratto una spirale correre sotto la finestra, girare su se stessa, divincolarsi dal banco di terra piantumato a bulbi di narciso, curvare e fermarsi in un cumulo di neve luccicante.

Prendendo forma, la spirale si raccolse a cono. Al centro di quel cono si inerpicò una foglia verde, un croco neonato, e un piccolo nuovo germoglio laterale forzò il muro di freddo. Era un solo germoglio di croco, l’unico visibile. I segni avevano sempre avuto potere su di me. Ogni volta ne raccoglievo qualcuno, sapendo che avrebbe portato una nuova linfa e un nuovo presagio nella mia vita. Del croco non avrei voluto curarmi, proprio non mi pareva interessante scovare con la coda dell’occhio un minuscolo insignificante punto verde emerso dal bianco manto nevoso. O forse tentava la mia mente di volerlo, possederlo, attirarlo per non farlo fuggire via lontano, nell’oscurità del sonno? Il debutto di quella sorpresa mi ingentilì lo spirito. Non avrei voluto, ma così fu. Accettai di addobbare lo scalone dell’ingresso, mia madre non ne aveva il tempo indaffarata com’era a preparare dolci.

Mi trovai così al bivio fra la discesa e la salita, impettita ai piedi di quella robusta scalinata su cui da bambina scivolavo, con i piedi a martello e il fondoschiena sul mancorrente. Dalla finestrella del pianerottolo vedevo scendere grandi sfere impazzite, soffiate da un vento bizzarro e impaziente, mentre il volant della tendina di cotone oscillava impercettibilmente. Presi a fare festoni con rami di pino, e ad ogni mazzetto legavo un fiocco rosso di raso, una pallina e alternando anche qualche pigna. Erano rametti di pino del vicino, li aveva raccolti e portati davanti alla nostra porta, infagottati in un telo di iuta, dopo aver potato il suo albero, diventato così imponente da impedire la vista sui boschi circostanti. Lavorai alacremente per tre ore. La luce era diventata cupa, spessa, quasi impenetrabile. Una coltre di nebbia fitta si era formata all’orizzonte e avanzava verso la nostra casa, camminando su piedi di ghiaccio e terra, così velocemente da far paura.

Ma chissà perché, quella neve poderosa non mi inquietava e la percepivo ora in tutta la sua lievità e bellezza. Ebbi la netta sensazione che ci fossero gli Angeli a sospingere quel manto argenteo e che fossero giunti fin qui per salvarmi. Ebbi un’ intuizione, finalmente un briciolo d’allusione all’ignoto, all’insondabile, al magico della vita. Corsi alla finestra del salotto buono, scrutai le mille tessere di ghiaccio dell’aria e accesi il camino, le candele rosse, i lumi di mia nonna buonanima, conservati sul buffet di noce. E fu luce limpida.

D’improvviso le tende si mossero vibrando come un respiro, le fiammelle tremule s’inarcarono, ondeggiando fluirono in un rivolo di fumo. Il paesaggio là fuori s’inondò di trasparenza e gioia, come quando una volta, presa dallo stupore, tenendomi ferma alla maniglia della porta di quella stessa stanza, presi a rincorrere con lo sguardo impietrito la risalita di uno scricciolo sull’abete, dopo che aveva saltato la siepe di biancospino, l’arbusto fiorito in pieno inverno protagonista delle leggende a me più care. Nell’Abbazia di Glastonbury ve ne sono molti, ricordati anche dal verso di Tennyson:

“To Glastonbury, where the winter thorn blossoms at Christmas, mindful of our Lord”

“A Glastonbury, dove la spina d’inverno fiorisce a Natale, memore di nostro Signore”

“Buon Natale” dissi sottovoce. Fuori cadeva la neve e la sua gioia brillava. Di nuovo, nel mio cuore.

Questo mio racconto è contenuto nell’ebook Diario d’Inverno del blog Diario di Pensieri Persi

e pubblicato sul blog Viadellebelledonne qui:

https://viadellebelledonne.wordpress.com/2013/12/24/la-gioia-della-neve/#more-38931

Ritmava il passaggio

art@Emil Nolde
art@Emil Nolde

 

 

 

Ritmava il passaggio
di quell’ostinata assenza
ebbra una sola costola
(fuori di me)
dopo l’assalto dei lupi la notte
(Venne l’alba e cantai una
nuova canzone)
Distraendomi roteavo la testa
per non sentire le parole
silenti di rabbia
ancora mi fletto
le mie ginocchia perse nel danno
di milioni di sassi che premono
Ma le mie finestre rimangono chiuse
il perdono non conosce me
nè i tuoi occhi d’acciaio
Tradisco un gesto
Poi, il vuoto

suggestivo è il fumo che sale

inanellato nella luce del crepuscolo

(Testi a pezzetti e mosaici imperfetti da ) L’ingombro – Premio Giorgi 2016

Simonetta Sambiase, L’ingombro – Premio Giorgi 2016

Il Golem Femmina

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Il libro L’ingombro è dedicato a Jolanda Insana per volontà dell’autrice e di tutte Le Voci della Luna. Farlo a pezzetti per estrarne letture non è poi così facile perché l’autrice è affezionata a tutto il testo e non riesce a frantumarlo con leggerezza. Parebbe così  che Ella non voglia ringraziare chi ha scelto di leggerla. Non sia mai! E quindi cede, augura al suo lavoro ogni bene e lo mette in rete.

Il libro è edito da Le voci della Luna. Isbn 9788896048436
link di riferimento ufficiale
http://www.levocidellaluna.it/

ad Anna e Lucia

Gioventù e giovinette, non esiste errore
fra le erbe alte di Vondel Park
che anno dopo anno sono feconde
di gran pezzi di maschi che ci volano intorno
come mosche dagli occhi azzurri
e una lingua gracchiante a cui non ci si abitua mai
come le cose buone
che abbiamo imparato quanto sappiano di poco

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