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Gwyneth Lewis – Una traduzione

 

 

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Gwyneth Lewis – photocredit Keith Morris

 

 

Birder
(i.m. my aunt Megan 1924-2009)
I
Midwinter, season for seeing through
Time and space. Before the War,
You were ‘sparrow’. Now I hear
Geese in your breathing, oboe sighs.
Overhead they’re leaving too. Each bird’s
A letter, making sense
For a moment, then not. Cirrus of snow
Lays over the woods. Sluggish
With ice, the creek’s pulse slows.

II
Morning performance on the stage
Under the feeder. Enter wild turkeys,
A corps de ballet in copper tutus.
Solo of startle – entrechat, entrechat,
Pas de bourées – then the tom
Leads off his harem, one by one,
No curtsey, no curtain call. Then gone.

III
Fashion show: a black-eyed junco
Models its species – train,
Down jacket (in white and slate),
Then profile. When I die
I want to hear birds ricochet
Outside my window, feel the strobe
Of small flocks feeding. I’d like
To deserve this litany:
Woodpecker, waxwing, chickadee.

IV
It’s no small thing to have lived your life
In cardinals’ and tree-creepers’ eyes.
They’ll feel you first as a rendezvous missed,
Then hunger. Your body’s the birds
Waiting as they rise and scatter
To a final slam of the kitchen door.

Gwyneth Lewis

Poesia pubblicata su The Guardian

https://www.theguardian.com/books/2015/mar/02/poem-of-the-week-birder-gwyneth-lewis

§

L’osservatrice di uccelli

(in memoria di mia zia Megan, 1924-2009)

Cuore dell’inverno, stagione per vedere attraverso
Tempo e spazio. Prima della Guerra,
Tu eri “passero”. Ora sento
l’Oca nel tuo respiro, sospiri d’oboe,
In cielo anch’essi stanno partendo. Ogni uccello è
Una lettera, che ha senso
Per un momento, poi non più. Cirro di neve
Si stende sui boschi. Fiacco
Di ghiaccio, il battito del rivo rallenta

II
Spettacolo mattutino sul palcoscenico
Sotto la mangiatoia. Entrano tacchini selvatici,
Un corpo di ballo in tutù di rame.
Assolo a sorpresa – entrechat, entrechat,
Pas de bourées – poi il gatto maschio
accompagna il suo harem, uno ad uno,
Nessuna reverenza, nessun inchino finale. Poi spariscono.

III

Sfilata di moda: un junco dagli occhi scuri
Fa da modello alla sua specie – passerella,
Piumino (in bianco e grigio ardesia),
Poi di profilo. Quando muoio
voglio sentire il rimbalzo degli uccelli
Fuori alla mia finestra, sentire l’intermittenza
di piccoli stormi nutrirsi. Vorrei
meritare questa litania:
Picchio, beccofrusone, cincia.

IV
Non è cosa da poco aver vissuto la tua vita
Negli occhi di cardinali e rampicanti d’alberi.
Ti sentiranno prima come un rendezvous mancato,
Poi come fame. Il tuo corpo è l’attesa
Degli uccelli che attendono mentre s’alzano e si disperdono
nello sbattere ultimo della porta della cucina.

Testo di Gwyneth Lewis tratto da “Sparrow Tree” – Bloodaxe 2011

Traduzione: Federica Galetto

*

Gwyneth Lewis è nata a Cardiff, Galles, nel 1959, dove vive attualmente. È una delle voci più interessanti della nuova poesia inglese. È stata designata primo poeta nazionale gallese nel 2005. Ha pubblicato sei libri di poesia in gallese e in inglese. Nel 2004 ha composto le parole che ornano la facciata del Millenium Centre di Cardiff: In these stones horizons sing. Keeping Mum è stato candidato nel 2004 come miglior libro dell’anno per il Welsh Arts Council. Di Gwyneth Lewis la casa editrice Mobydick ha pubblicato in Italia la raccolta Ventriloqua della distanza (2001).

 

 

 

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Il servo

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art@Pippa Young

§

 

Mi mostrai sorpresa in un primo momento; poi subito dopo indignata. Dentro me si inanellarono rabbia e stupore sebbene la prima fosse più tenace del secondo.

L’amarezza giunse a chiudere quel cerchio infame, di attimi trascorsi con un uomo povero non di mezzi ma di statura morale. Non fu facile credere ancora di sopportare un tale abbrutimento, ma deglutii due volte e respirai nel tentativo di superare i sentimenti avversi che mi inondavano come un fiume in piena, irreversibili e violenti.

Credetti per un attimo di essere in torto, di aver frainteso o chissà cos’altro. La mia voce interna però mi disse a chiare lettere che non sbagliavo affatto. Ciò che più trovavo rivoltante era l’ostinata pretesa che il mio interlocutore mi sbatteva in faccia, convinto fosse un dogma al quale fosse impossibile opporsi.

Le accuse infondate, le bassezze morali, la piccolezza del suo essere, la necessità di dover accettare tutto perchè non avevo altra scelta. E dire che l’avevo amato, e non poco. Le domande, fra le quali si imponeva un gigantesco: “come ho potuto?“, ferivano ripetutamente la mia dignità.

Talvolta mi piaceva pensare che ci fosse più di qualcosa di buono in lui, e forse era anche vero, ma quando certe parole si ghiacciavano nell’aria restavo senza illusione, solo con una grande tristezza che mi stritolava il cuore. La felicità non era stata mai così lontana.

Coprire con gesti amichevoli certe realtà nascoste bene e molto meno edificanti, era la sua specialità. La mia vocazione deleteria invece era l’ingenuità, il fidarmi, il desiderare che un quadrato potesse diventare tondo. E il non aver imparato nulla dopo anni. Quella mattina mi alzai con un senso di nausea persistente che mi fece pensare a quell’uomo proprio come ad un servo perfido e vendicativo.

Molte erano state le volte in cui si era lamentato di sentirsi un servo e, per quanto non riuscissi a comprendere quell’affermazione, ora improvvisamente mi balenava l’idea che davvero lo fosse; ma dentro, dentro il suo miserabile ego. Chissà, magari in un’altra vita aveva lucidato scarpe all’angolo di una strada affollata di Shangai, con il risciò del suo padrone parcheggiato poco più in là dove contava i soldi guadagnati con il sudore del suo schiavo. Oppure aveva avuto la sfortuna di lavorare per un disgustoso magnaccia che lo sfruttava e lo fustigava se non avesse fatto ciò che gli veniva ordinato.

La frustrazione lo inseguiva e per sfuggirla frustrava me, coprendomi di insulti che subito dopo zittiva imponendosi indifferenza a ciò che aveva appena pronunciato. Perversamente li vomitava per poi rimangiarseli, quasi volesse espellerli e subito dopo tacerli per acquietarsi la coscienza o continuare a garantirsi ai miei occhi un’immagine ripulita e morigerata.

Per non parlare del silenzio che si imponeva, salvo sbottare ad una mia provocazione, forse solo per garantirsi i miei servigi sessuali in cambio di quei pochi favori materiali che era disposto ad elargire facendoli sempre cadere dall’alto.

I mostri sono mostri, piccoli o grandi rimangono sempre mostri. Gli sciocchi idem, ed io ero e sono una di quelli. Ma me ne libererò prima o poi, e la felicità sarà meno lontana. Fino ad allora, ho dunque deciso che lo tratterò come un servo, lo farò spietatamente, esattamente come lui spietatamente mi pensa, nella sua mente piccola e ristretta. Gli mostrerò che sarà più bella la vita senza me quando tirerò un respiro di sollievo al mio sonoro: vaffanculo.

 

Linger

Lizzie Riches

art@Lizzie Riches

 

Linger

I’m hidden inside of  you

and my orchard hangs there

where we don’t need to argue

(anymore)

Linger

I’m your lover forever (and ever)

now that you know that

the sky is nearer

and the joy grows

every day under my skin and my tongue

Linger baby, linger

hold me tight ‘till

I’m  melted

I’m outrageously gorgeous

and happy

Linger

‘cause I feel you need me

more than the air you breathe

Linger my love,

I’m so scared you leave

please, have faith in love

never be sad

never be sorry

Mind you,

keep some

rasperries for the sunny days

I belong to

Linger

Linger

Hush, linger now and forever

My orchard is brightly rich of myself

and fruits of our deep passion

Linger because I’m diamond

truth

your cup of tea

(do you know you make me cry)

(do you know you make me die)

Linger, my sweetheart

the moon is here to stay

and the leaves never be aside

‘cause you’re my roof

my home

and flooding soul

 

 

Emily Dickinson, poesia n° 419

We grow accustomed to the Dark –
When Light is put away –
As when the Neighbor holds the Lamp
To witness her Good bye –

A Moment – We uncertain step
For newness of the night –
Then – fit our Vision to the Dark –
And meet the Road – erect –

And so of larger – Darknesses –
Those Evenings of the Brain –
When not a Moon disclose a sign –
Or Star – come out – within –

The Bravest – grope a little –
And sometimes hit a Tree
Directly in the Forehead –
But as they learn to see –

Either the Darkness alters –
Or something in the sight
Adjusts itself to Midnight –
And Life steps almost straight.

 

Ci abituiamo al buio
Quando la luce è messa via
Come quando la vicina sorregge la lampada
A testimoniare il suo arrivederci
Un momento – il nostro passo è incerto
per la novità della notte
Poi adattiamo la Vista al buio
e incontriamo la strada – eretti
E così è per tenebre più vaste
Quelle notti della mente
in cui neppure la luna manda un segno
O una stella appare – dentro
I più coraggiosi brancolano un poco
e talvolta picchiano contro un albero
In piena fronte
ma imparano così a vedere
Che sia l’oscurità ad alterarsi
o qualcosa nella vista
Che si adatta alla mezzanotte
E la vita quasi cammina diritta

Domandarsi se

 

    *

Domandarsi se

le sfumature contano,

se i dettagli si incidono a forza e rinforzano,

se le parole non dette non si dicono perchè non ci sono,

se le cose fatte sono amore senza voce, o se una carezza si può dare senza toccare.

Domandarsi se.

*

Wondering if the nuances count, if details carve themselves by force and reinforce, if unspoken words are said because they are not, if the done things are love unvoiced, or if a caress can be given without touching. Wondering if.