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Buone Feste

art@Lleuad Gaeaf
art@Lleuad Gaeaf

Like snow by Wendell Berry

Suppose we did our work
like the snow, quietly, quietly,
leaving nothing out.

 

Le giornate di dicembre viste dai vetri della finestra mostrano nebbie e sole e cieli scuri e bui, poi limpide ore che annegano nel crepuscolo rossastro, strade brillanti di ghiacciate notturne e stelle vivide. Le giornate di dicembre si annodano all’anima e cercano il calore del fuoco in attesa del Natale. Guardando oltre la siepe si scorgono i pettirossi che si infilano svelti tra le foglie per ripararsi e cercare bacche e semi da mangiare. Ogni volta che inizia a nevicare un pettirosso si posa sul davanzale. La neve giunge a grossi fiocchi e si smette di parlare, perchè ovunque si sente il lieve camminare dei fiocchi sulla Terra, e si ascolta, ci si rasserena, si spera. Giungerà il Natale sopra le pieghe oscure dei tristi accadimenti, che nel mondo ce ne sono troppi, crudeli e insensati. Pregheremo per un futuro migliore, ma non pregheremo mai abbastanza e nessuno da lassù ci ascolterà o ci prenderà sul serio. Forse la costanza del bene e della preghiera costano troppo. Torneremo a guardare i nostri giardini imbiancati, le luci intermittenti, a scartare regali inutili, a sognare di partire per luoghi lontani dove la vita è più lieve. Ma guardare da vicino dicembre ci serve a ricordare che ognuno di noi può tentare, a vivere pensando che basti, quel fuoco e quella tortura quotidiana di cui ci lamentiamo mentre altrove si muore. Può servire a credere che dalle malattie si può guarire, dall’odio si può tornare all’amore, dal piccolo si può passare al grande e dal sacrificio al centuplo. Serve questo per vivere: credere che tutto può cambiare e che nulla rimane sempre tale e quale. Le trasformazioni avvengono quando si accetta il presente e lo si benedice. A Natale dovremmo stare ad ascoltare la neve cadere e fare attenzione a ciò che ci vuole dire. A Natale saremo tutti più fragili e forse riceveremo il dono del cuore, quello che ognuno desidera e non ha. Bisogna solo ascoltare, in silenzio, la neve.

Buone Feste da “La lepre e il cerchio”

 

La gioia della neve

coldwinter

§

Oltre il vetro le aiuole sommerse di bianco luccicore si disegnavano, come drappi poggiati sui petali caduti, le corolle invecchiate, i grumi di terra scura. Rimpiangevo il minuto precedente l’arrivo della neve, perché ancora era limpido il cielo e nessuna nube ostile incombeva sul giorno. Ora le cortine di fiocchi vorticavano veloci e faceva un freddo intriso di vuoto, proprio come quando da bambina camminavo sul bordo del marciapiede che portava alla scuola nelle mattine d’inverno. Era stato come allora: all’improvviso l’azzurro aveva preso il volo e nubi scure si erano accalcate sulle case e sulle vie; poco dopo la neve era arrivata silenziosa, senza preavviso, muta nel passare, fatta d’eterni attimi la sua discesa. A quel punto, ogni volta, mi sentivo come sollevare dall’aria pulita che mi sferzava il viso e mi veniva voglia di cioccolata calda, di pane e marmellata, di fuoco scricchiolante nel camino.

In genere non potevo permettermi certi lussi, la neve arrivava quando voleva e quando voleva se ne andava, lasciandomi sempre impreparata all’evento. Capivo, dopo molti anni, quanto fosse magica la forza del gelo. Da bambini tutto si dà per scontato, si vive come se niente fosse mai vissuto prima e la dolcezza della scoperta, della meraviglia splendono come stelle negli occhi. La casa dei miei genitori aveva una grande sala da pranzo, le finestre alte e grandi versavano sul giardino e sull’orto che ora apparivano come lenzuoli stesi ad asciugare, rigidi di grigi e pieghe biancastre, con sotto il corpo della vita dormiente e placida. Il Natale era alle porte, c’era odore di spezie e di mele cotte al forno, di vischio e bacche rosse, di legna consumata, ardente nella stufa. Da quando avevo divorziato neanche il Natale mi sembrava più lo stesso; e non lo era.

Avevo perduto l’istinto per la bellezza dei dettagli, la volontà di pregare, il desiderio di scartare e fare regali, di addobbare l’abete o solo di preparare il vino caldo con i chiodi di garofano. Non riuscivo a stare seduta accanto al fuoco, nè a distinguere quell’attimo in cui la mente sola, armoniosamente elucubra sogni. Non sognavo più. E neppure l’odore pungente della luce livida mi quietava e guardavo passare la tramontana di fiocchi gelati con le mani incapaci di volontà. Un tempo avrei voluto afferrarli, uno ad uno, mi sarei eccitata nel sorprenderli cadere sul mio palmo, interrompendone la naturale discesa. Ero diventata come quel ramo di fico laggiù, nel fondo dell’orto di mio padre, un debole ramo piegato prossimo a spezzarsi sotto il peso della neve. Ma se la neve aveva un peso, ben sapevo che aveva anche una sua leggerezza immortale.

I boschi intorno alla casa, zittiti dal turbinare della tormenta, cigolavano sotto un velo di ghiaccio volante; non si udivano voci né canti d’uccelli, né movimenti di talpe e roditori o scoiattoli sui rami. Tutto giaceva in una morte apparente. Era la mia morte apparente che si mescolava al silenzio di quella neve senza tempo e mi sentivo nel cuore un brivido di timore, un soffio di caduta, una perdizione irrinunciabile. A undici anni caddi da quel fico scorticandomi un gomito e una coscia. Mio padre si irritò molto per l’accaduto, si era sempre raccomandato affinchè non salissi mai sul fico, perché era un albero traditore, apparentemente robusto e possente ma terribilmente fragile sotto il peso di un corpo. Idealmente caduta, di nuovo, ricordai i graffi brucianti sentendoli sulla pelle come allora e poggiata la guancia sulla tenda di velluto liscio color dell’albicocca matura scorsi d’un tratto una spirale correre sotto la finestra, girare su se stessa, divincolarsi dal banco di terra piantumato a bulbi di narciso, curvare e fermarsi in un cumulo di neve luccicante.

Prendendo forma, la spirale si raccolse a cono. Al centro di quel cono si inerpicò una foglia verde, un croco neonato, e un piccolo nuovo germoglio laterale forzò il muro di freddo. Era un solo germoglio di croco, l’unico visibile. I segni avevano sempre avuto potere su di me. Ogni volta ne raccoglievo qualcuno, sapendo che avrebbe portato una nuova linfa e un nuovo presagio nella mia vita. Del croco non avrei voluto curarmi, proprio non mi pareva interessante scovare con la coda dell’occhio un minuscolo insignificante punto verde emerso dal bianco manto nevoso. O forse tentava la mia mente di volerlo, possederlo, attirarlo per non farlo fuggire via lontano, nell’oscurità del sonno? Il debutto di quella sorpresa mi ingentilì lo spirito. Non avrei voluto, ma così fu. Accettai di addobbare lo scalone dell’ingresso, mia madre non ne aveva il tempo indaffarata com’era a preparare dolci.

Mi trovai così al bivio fra la discesa e la salita, impettita ai piedi di quella robusta scalinata su cui da bambina scivolavo, con i piedi a martello e il fondoschiena sul mancorrente. Dalla finestrella del pianerottolo vedevo scendere grandi sfere impazzite, soffiate da un vento bizzarro e impaziente, mentre il volant della tendina di cotone oscillava impercettibilmente. Presi a fare festoni con rami di pino, e ad ogni mazzetto legavo un fiocco rosso di raso, una pallina e alternando anche qualche pigna. Erano rametti di pino del vicino, li aveva raccolti e portati davanti alla nostra porta, infagottati in un telo di iuta, dopo aver potato il suo albero, diventato così imponente da impedire la vista sui boschi circostanti. Lavorai alacremente per tre ore. La luce era diventata cupa, spessa, quasi impenetrabile. Una coltre di nebbia fitta si era formata all’orizzonte e avanzava verso la nostra casa, camminando su piedi di ghiaccio e terra, così velocemente da far paura.

Ma chissà perché, quella neve poderosa non mi inquietava e la percepivo ora in tutta la sua lievità e bellezza. Ebbi la netta sensazione che ci fossero gli Angeli a sospingere quel manto argenteo e che fossero giunti fin qui per salvarmi. Ebbi un’ intuizione, finalmente un briciolo d’allusione all’ignoto, all’insondabile, al magico della vita. Corsi alla finestra del salotto buono, scrutai le mille tessere di ghiaccio dell’aria e accesi il camino, le candele rosse, i lumi di mia nonna buonanima, conservati sul buffet di noce. E fu luce limpida.

D’improvviso le tende si mossero vibrando come un respiro, le fiammelle tremule s’inarcarono, ondeggiando fluirono in un rivolo di fumo. Il paesaggio là fuori s’inondò di trasparenza e gioia, come quando una volta, presa dallo stupore, tenendomi ferma alla maniglia della porta di quella stessa stanza, presi a rincorrere con lo sguardo impietrito la risalita di uno scricciolo sull’abete, dopo che aveva saltato la siepe di biancospino, l’arbusto fiorito in pieno inverno protagonista delle leggende a me più care. Nell’Abbazia di Glastonbury ve ne sono molti, ricordati anche dal verso di Tennyson:

“To Glastonbury, where the winter thorn blossoms at Christmas, mindful of our Lord”

“A Glastonbury, dove la spina d’inverno fiorisce a Natale, memore di nostro Signore”

“Buon Natale” dissi sottovoce. Fuori cadeva la neve e la sua gioia brillava. Di nuovo, nel mio cuore.

Questo mio racconto è contenuto nell’ebook Diario d’Inverno del blog Diario di Pensieri Persi

e pubblicato sul blog Viadellebelledonne qui:

https://viadellebelledonne.wordpress.com/2013/12/24/la-gioia-della-neve/#more-38931

GOD REST YE MERRY GENTLEMEN

God rest ye merry, gentlemen,
Let nothing you dismay
Remember Christ our Saviour
Was born on Christmas Day
To save us all from Satan’s power
When we were gone astray.

O tidings of comfort and joy,
comfort and joy;
O tidings of comfort and joy!

From God our Heavenly Father
A blessed angel came
And unto certain shepherds
Brought tidings of the same
How in that Bethlehem was born
The son of God by name
“Fear not,” then said the angel
“Let nothing you affright
This day is born a saviour
Of a pure virgin bright
To free all those who trust in him
From Satan’s pow’r and might”

The shepherds at those tidings
Rejoiced much in mind,
And left their flocks a-feeding
In tempest, storm and wind
And went to Bethlehem straightaway
This blessed babe to find

But when to Bethlehem they came
Whereat this infant lay
They found him in a manger
Where oxen feed on hay
His mother Mary kneeling
Unto the Lord did pray

Now to the Lord sing praises
All you within this place
And with true love and brotherhood
Each other now embrace
This holy tide of Christmas
All others doth deface

Buon Natale

natale_vittoriano

 

E la casa sa d’arancio e mandarino,
di cannella cotta a lungo nel rosso vino.
E gli Angeli cantano soavi,
raccolti in schiere d’oro,
cangianti in un sol nodo
di Grazia ridipinta, in alto ridondar effuso e leggero.
Dorme il Bimbo nella culla, nel suo sogno è ogni pensiero,
nel suo cuore Amor del Vero.
Bacia il mondo bel Bambino, porta Amore e dolce attesa,
nell’inverno porta il sole, nel silenzio gioia e lode.
Vieni vieni buon Gesù, vieni al mondo e allegro stai,
ti daremo gaudio e risa su un cuscino di pandolce.
Su una Stella salirai e daremo fuoco al Cielo, in un
impeto di Luce gli occhi grandi sgranerai,
e saran perle d’Amore che sul mondo spargerai.

Un augurio di Buon Natale

Federica

BUON NATALE!

Poesie tradotte dal polacco da Paolo Statuti.
Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma e nel 1975, presso la stessa Università, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con molte riviste letterarie polacche e italiane. Ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri) e un volume in Polonia : ”Drzewo, które było księciem” (Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).

Dal 1982 al 1990 ha collaborato con la Redazione Italiana della Radio Polacca, realizzando molte apprezzate trasmissioni letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

Negli anni 1991-1997 la insegnato la lingua italiana presso un liceo statale di Varsavia.

Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo numerose mostre personali. Da molti anni vive in Polonia.

Un'anima e tre ali - Il blog di Paolo Statuti

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BUON NATALE!

 

Ai miei Lettori con 5 poesie nella mia versione dal polacco. Questo post va ad aggiungersi agli altri tre dedicati al Natale, pubblicati nel mio blog:

– Il santo Natale nella poesia polacca

– Il Natale polacco

– Natale con Stanisław Reymont

 

Anna Nagórska (1882-1963)

Vecchi alberi di Natale

Ho rivisto in sogno i vecchi alberi di Natale

Formavano un grande magnifico bosco

E nel fascino e nel profumo silvestre

Anche i fiori più belli di ogni solito anno

I Cherubini alati e san Nicola

Le pigne dorate e con un filo di cristallo…

Qualcuno ha preso l’addobbo da vecchie scatole

Le candele accese. Gli uccelli. Vola la slitta d’argento.

Sono tornate intere le palle di vetro spezzate

– Al solito posto il pittoresco presepe

Tutto è rapimento. Tutto è ammirazione

Che al limite del destino possiamo anche incontrare…

Il brutto tempo non ha sciupato le…

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