Archivi tag: parole

Un breve incontro

Rallentando, fece un breve passo; distanziandosi con circospezione dal cespuglio fiorito prese a respirare con forza. Il sole caldo di maggio incombeva sul suo capo privo di protezione; e ricordò le parole di sua madre che la redarguiva, sull’esporsi al sole in primavera senza cappello. Ma amava il calore del primo sole dopo il lungo inverno, le pagliuzze d’aria dorata spostarsi e giocare nei suoi occhi, la sensazione di una fiammella che arde sulla pelle digiuna, l’odore dei fiori e il canto ininterrotto degli uccellini sui rami. Più tardi avrebbe cucinato un dolce e dello stufato, decise. Non una voce umana si udiva in quel mattino perfetto, nessun vociare, nessuno schiamazzo, nessun gridolino o chiacchiera. Solo il latrato dei cani bucava l’aria di cristallo. Nella sua cucina lunghi tagli di sole facevano a spicchi il suo tavolo. La distanza fra lei e il mondo pareva ridursi quando camminava per il giardino della sua casa e al rientro le sembrava quasi di aver viaggiato mille miglia, di aver visto tutto ciò che di più bello e meritevole ci fosse da vedere. Il pendolo a muro oscillava ticchettando. Alcune gocce di luce si alternarono sulla mensola del camino. Sotto la sedia di vimini un fiotto di luce prese vita per poi sparire nel nero dell’ombra. Poiché le era parso di scorgere un movimento fugace, incuriosita guardo’ meglio: la stoffa fiorata del volant oscillava ancora; nella macchia di luce, granelli sottili di polvere vorticavano spinti da un moto blando dell’aria. Alzato lo sguardo, inseguì idealmente la scia repentina di luce ormai svanita fino a vederla ricomparire più in su, a cavallo fra il pavimento e la mensola del camino. Fu così che sulla mensola lignea vide un gatto bianco dal pelo lungo e lucido osservarla con due occhi grandi come una verde luna piena. Il fiato le si fermò in gola. Un miagolio prolungato accompagnò la piega del collo dell’animale che ora la fissava immobile. Ma dopo un attimo che le parve eterno svanì come fa il sole quando cade dietro una nube di passaggio, lasciando solo un moto invisibile d’aria sul fondo del muro.

Fuoco fatuo


Faceva il becchino in un piccolo cimitero della Cornovaglia.

Da lontano, guardando là dove il dente bianco della scogliera luccicava nella bruma dell’acqua, fra terra e artigli di piccoli sassi neri, si intravedeva il biancore delle lapidi svettanti dal grembo verde. Un giorno, mentre tagliava la siepe, udì un tonfo e vide una piccola luce vagare indistinta nella nebbia e subito dopo una lunga pausa silenziosa farsi largo fra le tombe. – Che Dio non voglia spaventarmi! – pensò alzandosi dagli occhi la visiera del berretto di tweed. Ma forse Dio lo voleva e non appena voltatosi verso i cancelli d’ingresso, i forbicioni in mano immobili e pesanti come un sasso, udì distintamente il suo nome risuonare fra la cortina di bosso e il viottolo. – Kieraaaan, Kieraaaan! “- Il cielo si oscurò tendendo le nubi gravide a dismisura. Poi la luce gli si avvicinò e parlò brillando nell’aria grigia: – ” Tu sei il prescelto di questa notte. Avrai da rendere indietro l’anima entro due giorni” -. Sudo’ e pianse, gridò di no, raccolse la voce rimastagli e inveì come un animale spaventato contro quel nefasto lume del colore del fuoco. Kieran iniziò ad agitare il rastrello in aria tentando di colpire la piccola fiamma, senza riuscirci; ogni volta che l’attrezzo si avvicinava al suo bersaglio questo scivolava via veloce come una saetta, lasciando un puzzo sgradevole di bruciacchiato intorno. Così, posò forbicioni e rastrello e corse via verso il mare, là dove i gabbiani cantavano senza fermarsi mai in nessun posto. Si sedette su un grosso sasso e lasciò che la paura lo abbandonasse. Capì di non aver più nulla da rendere indietro, capì di essere diventato diverso e inutile quando sei mesi prima aveva divelto la pesante pietra di una tomba per trafugare dei gioielli. Scoppiò un temporale e la luce venne, ed egli volo’ con essa ad espiare la sua colpa. Ferito a morte, la carne incenerita come da un rogo, cadde sulla lapide violata della donna derubata. E il silenzio cadde ancora sul cimitero. Faceva il becchino in un piccolo cimitero della Cornovaglia. Due secoli fa.

Trasformare il piombo in oro

Vivere questa quarantena è come trasformare il piombo in oro. Qui, tra fitte nebbie color della ruggine, dove il sole scompare e riappare oltre le torri smerlate, i rami ritorti, i prati induriti dal gelo. Oltre la corte del pensiero che domina la valle, nelle brume di asfalto e sulle colline, scomparse nella pioviggine sottile. Nel cuore del mondo, sui tetti stanchi di brina, nelle stalle e nelle cascine dai focolari riarsi. E i pomeriggi immensi, le mattine pigre, le notti lunghe di sonno e rimpianti. Abbiatene cura. Di me e di quel passaggio d’anime che fila sull’erba sdrucita, abbiate cura del tempo, delle chiese apparse per sanare i dolori, dei camposanti ordinati e delle pietre muschiate.  Quassù piango e rido delle vite che accadono e mi parlano, come voci di donna che cantano. Ma tutto è tremendamente silenzioso, il cielo porta in sé il seme di un vento poderoso, l’unico vero suono che trapassa il legno delle porte e delle finestre. È primo pomeriggio ma la luce è già fioca in questo giorno di primavera anomala. Un altro giorno scorre in attesa di non si sa bene cosa; le previsioni del tempo danno neve. Questo silenzio non appartiene a nessuno, nè ai vivi nè ai morti;  come fossile si introduce nei sassi, nelle trame delle foglie senza movimento, nelle cave di marmo dei sospiri, nel buio, nei giorni increduli di sole, oltre le siepi e dentro le case. Serpeggia, taglia, vaga, sentenzia, morde e non appare. La certezza di questo si ha quando scende la sera o nelle domeniche mattina oltre i vetri, quando nessuno sa perchè le strade s’accavallino e finiscano oltre un lampione.Il silenzio si rompe e si ricostruisce, sfilando via e tornando quando vuole.Il silenzio grida e si arrabatta ai piedi del tavolo, nella tappezzeria e sui mobili, urta la polvere e cade senza fare rumore eppur distruggendo mondi interi. Se solo dio lo volesse potrebbe impugnarlo; ma neanche ci prova, perchè la potenza del suo fiato ricorderebbe la creazione del suo mondo imperfetto. Per un attimo si scorge nelle preghiere, nei buchi di speranza e nei fossi, quelli dove in primavera bruciano le primule. Ecco, ardono le primule, il colore, la forma e la voce dei venti che giungono a combatterlo. I venti lo sanno e tribolano nel tagliargli la testa, nello sfigurarlo per vincerlo. Nessuno sa dove vada e cosa voglia, nessuno lo prende tanto strettamente da imprigionarlo. Oggi fuori c’è il suo sole, un monito che non lo spaventa. Si ricrea e scompare, come la rugiada svapora nella luce e poi ritorna. Sempre. Ci sono anni che si aprono in silenzio, anni in cui scivolano via  promesse, risate, amicizie e amori; e guardando intorno cadono numerose le figurine del vecchio anno appena trascorso. Non sai, guardando quel vuoto, cosa ne sarà del tempo a venire, non sai se tu sei ancora tu o sei diventata talmente infuocata e pericolosa che neppure i corvi osano avvicinarsi.  Una cortina di nubi si staglia all’orizzonte. L’aria grigia sfalda le ombre delle foglie. I cani abbaiano oltre il muro e poco più in là le voci si fanno lontane, attutite nel deserto delle strade. Un’altra giornata all’insegna del silenzio; qui non è cambiato nulla e ciò che si deve evitare è, se possibile, sempre più invisibile.
Un vento furibondo batte le colline. I loro fianchi, le teste, si dolgono in lamenti lunghi, persistenti, tremanti. La casa si fa forza del suo fondamento mentre i balconi agguantano forte le ire, sparse come semi impazziti, vortici in assalto. Dei giorni di marzo questo è quello più pauroso. Tremano la casa e i suoi vetri, il mio cuore e lo stomaco. Trema la mano dei miei morti sulla  porta che sprangata non li lascia entrare. Come se non fossero gia’ qui, trasportati dai tunnel invisibili nelle mura e nelle stanze. Vibra tutto insieme, pietre e anime, mentre aspetto il riposo in questa notte inquieta.

Marzo 2020, quarantena per pandemia


The little story of the dead flame

collagefiamma

art@Federica Nightingale

§

 

This is the little story of the dead flame

Like a round ring it swirls

and whispers

I’m unheard and lonely and weird

That mind oh so gritty

buried with indifference

into the gray marble you are contained in

And my angel wings burn

(oh so fast they burn)

like the low sky of january out there

I do not know the decision

I do not know who you are

and I, I survive endlessly without

fear

Of you poor soul pouring disdain

and sink deeply into a black deaf plea

That’s the damage you do to yourself

My love without head and arms and hands

overwhelming the nothingness

§

Questa è la piccola storia della morta fiamma

Come un tondo anello turbina
e sussurra
Sono inascoltata e sola e strana
Quella mente oh così caparbia
sepolta dall’indifferenza
nel marmo grigio che ti contiene
E le mie ali d’angelo bruciano
(oh bruciano così in fretta)
come il cielo basso di gennaio là fuori
Non conosco la decisione
Non so chi sei
ed io, io sopravvivo all’infinito senza
paura
di te povera anima che versa disprezzo
e affonda profondamente dentro
una supplica sorda
E’ il danno che fai a te stesso
Il mio amore senza testa e braccia e mani
a sommergere il nulla

 

 

 

Era la fine di dicembre

vinbrule

 

 

§

Era la fine di dicembre, la fine dell’anno che si preparava ad andarsene. Non era poi così silente il suo andar via,si udivano infatti centinaia di voci sui gradini della scala che portava al piano di sopra; e dicevano che era ancora aperta una ferita o che le mani che non si toccavano più ancora non si riallacciavano. Poi, l’acqua era fredda sulla stufa economica, la legna ancora mancava. Piangeva una donna,un bambino, le tende erano stinte e vecchie, i tappeti battuti da troppi battipanni languivano. Fra un cicaleccio e un ghermire di gioia non si spannavano i vetri, neanche per un minuto. Ma il sobbollire lento di un minestrone avvolgeva le mura, contente di respirare il cibo ghiotto di un pasto volatile come il fiato. Dai letti sortiva una colonna di pieghe morbide, così strette da non far passare il gelo. Non c’erano cose certe nè incerte in quel momento,tutto era sospeso in una incognita brillante prima, opaca poi. Il fuoco, ritrovato dopo averne rivoltato i resti, gongolava ora a più non posso e le densità amare di domani, ieri e oggi s’aggrovigliavano ai ritorni d’eco d’una speranza. Chè quella danzava sul portico e nel corridoio, e non si fermava mai, accorrendo per non perdersi fra le minuzie indesiderate, le piccole infastidite rogne domestiche. Il denaro era partito per tornare non si sa quando, e c’era un amante smarrito fuori alla porta che non si decideva a bussare. Mescolando la minestra pensavo che forse avrei potuto arrivare fino a primavera senza scorticarmi troppo le dita nel tentare di arrampicarmi ai sogni, e pensavo anche che le solite amarezze sarei riuscita ad annegarle nel brodo di carota e patate. In fondo erano povere cose ma fumanti,calde,ristoratrici. L’arte mi chiamava da dietro l’insonnolito giorno a finire.Il 31 dicembre era una data infame, non portava che gerle di pensieri e voci lamentose;eppure credevo davvero in quel pozzo d’insoluto e aspettavo il 1 gennaio con l’ansia di un fanciullo. Ridevo fra me e me, che arrivasse l’anno nuovo, ne avrei fatto strati di coperte per stare bene, anche con cori e voci a gridare scontento. Avevo un piccolo dono nel grembo, un diamante che era la vita, all’ombra del solito dissacrante ghigno d’incerto,un futile slancio nel futuro che avrei vissuto senza gloria e senza lode, ma innamorata del solo istante. Uno solo.

 

Buon Anno da La Lepre e il Cerchio