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Era la fine di dicembre

vinbrule

 

 

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Era la fine di dicembre, la fine dell’anno che si preparava ad andarsene. Non era poi così silente il suo andar via,si udivano infatti centinaia di voci sui gradini della scala che portava al piano di sopra; e dicevano che era ancora aperta una ferita o che le mani che non si toccavano più ancora non si riallacciavano. Poi, l’acqua era fredda sulla stufa economica, la legna ancora mancava. Piangeva una donna,un bambino, le tende erano stinte e vecchie, i tappeti battuti da troppi battipanni languivano. Fra un cicaleccio e un ghermire di gioia non si spannavano i vetri, neanche per un minuto. Ma il sobbollire lento di un minestrone avvolgeva le mura, contente di respirare il cibo ghiotto di un pasto volatile come il fiato. Dai letti sortiva una colonna di pieghe morbide, così strette da non far passare il gelo. Non c’erano cose certe nè incerte in quel momento,tutto era sospeso in una incognita brillante prima, opaca poi. Il fuoco, ritrovato dopo averne rivoltato i resti, gongolava ora a più non posso e le densità amare di domani, ieri e oggi s’aggrovigliavano ai ritorni d’eco d’una speranza. Chè quella danzava sul portico e nel corridoio, e non si fermava mai, accorrendo per non perdersi fra le minuzie indesiderate, le piccole infastidite rogne domestiche. Il denaro era partito per tornare non si sa quando, e c’era un amante smarrito fuori alla porta che non si decideva a bussare. Mescolando la minestra pensavo che forse avrei potuto arrivare fino a primavera senza scorticarmi troppo le dita nel tentare di arrampicarmi ai sogni, e pensavo anche che le solite amarezze sarei riuscita ad annegarle nel brodo di carota e patate. In fondo erano povere cose ma fumanti,calde,ristoratrici. L’arte mi chiamava da dietro l’insonnolito giorno a finire.Il 31 dicembre era una data infame, non portava che gerle di pensieri e voci lamentose;eppure credevo davvero in quel pozzo d’insoluto e aspettavo il 1 gennaio con l’ansia di un fanciullo. Ridevo fra me e me, che arrivasse l’anno nuovo, ne avrei fatto strati di coperte per stare bene, anche con cori e voci a gridare scontento. Avevo un piccolo dono nel grembo, un diamante che era la vita, all’ombra del solito dissacrante ghigno d’incerto,un futile slancio nel futuro che avrei vissuto senza gloria e senza lode, ma innamorata del solo istante. Uno solo.

 

Buon Anno da La Lepre e il Cerchio

 

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Lezione di gusto

Tamara de Lempicka
Tamara de Lempicka

Detestava essere guardato mentre mangiava. Seduto con la testa bassa e le mani alla bocca in quella postura che ricordava il becco d’un uccello, i gomiti larghi e gli occhi forse socchiusi sulle dita. I rumori del cibo masticato rotolavano nel silenzio della stanza quando preso da foga bulimica immergeva le mani nel piatto. Quell’uomo così raffinato e colto, quel cultore di arti e lettere, quel Marcantonio vestito di tutto punto anche quando doveva scendere nel garage a prendere un attrezzo, era, è, mio marito. Negli anni le sue capacità di controllo nel nutrirsi erano scemate a tal punto che la notte (proprio nel suo cuore)accendeva la luce e alzandosi si dirigeva in cucina per saccheggiare il frigorifero. Di giorno, vestito come per andare ad una prima a teatro, si spostava il ciuffo di capelli sale e pepe dalla fronte e con le mani curate dalla manicure del giorno prima immergeva il vuoto prendere delle dita nella ciotola dei fiocchi d’avena fino a che il latte colava giù dai polsi e l’ombra delle macchie sui polsini della camicia si scurivano. In quella bestiale necessità di cibarsi rimaneva bellissimo. Lo osservavo nascosta il più delle volte e non potevo fare a meno di godere del suo braccio forte, delle spalle larghe e tornite, della pelle ambrata, dei suoi occhi di mela. Talvolta mi chiamava e io ridendo correvo da lui, lo guardavo sbottonarsi il collo della camicia e infilare una mano in tasca mentre con l’altra ingollava una pesca a morsi. Nel suo suggere vi era, come a dire che forse ne era impregnato, una insolita voluttà. Gli occhi gli si rischiaravano mentre mi assaliva di sguardi e le labbra si muovevano impercettibilmente a segnalarmi che desiderava un bacio. Le sue voglie notturne avevano finito per mischiarsi a quelle del cibo, sicchè quando era me che voleva mangiare si sdoppiava fra la cucina e la camera da letto sognando di mordere e il mio collo e la coscia di pollo arrosto fredda del mezzogiorno. C’era nel suo febbrile ritorno costante al cibo un filo continuo che lo legava al piacere fisico. Ciliegie e fragole poggiate sul mio petto scivolavano spesso verso l’ombelico e lui le rincorreva con la bocca aperta e vorace saziandosi di me e di loro. La virile presenza lo rendeva immune dai miei dubbi, fondati principalmente sui tempi morti che lo legavano al tavolo e al letto, tempi in cui non apprezzavo la sudicia lascivia del suo muoversi, l’indecente progredire della sua voracità e le macchie d’olio sugli indumenti. Sotto quegli indumenti però bruciava un fuoco che non mi faceva male, anzi. La mia dannazione era la sua carne. Avrei fatto qualunque cosa per averlo senza veli e con solo due olive al posto degli occhi. Dieci anni prima era stato scelto per un servizio fotografico in cui si vedevano bene le sue grazie. In quel frangente il fotografo aveva affidato il servizio ad una sua collega donna perchè, dopo soli due scatti, si era sentito riempito di tutto, stranamente sazio, nauseato, oberato dalla sua mole imponente e strabordante erotismo. La donna lo aveva preso da parte e accarezzandogli i bicipiti lo aveva immortalato nell’atto di leccare un gelato di panna. Era davvero “una sgualdrina con attributi” quell’uomo pensò la fotografa e ne rimase rapita e confusa. Ma oggi che il tempo è passato io ancora ricordo le sue natiche riposte per bene contro il freddo muro della camera e le sue dita che in un crescendo di gesti a chiamarmi verso di lui danzavano nell’aria. Lo amo perchè mi sa divorare con costrutto e immensa gola. Ecco, dopo trent’anni ancora mi sento pasto, attitudine, meraviglia del gusto.

Federica Galetto, Lezione di gusto (scritti brevi)